LAURA ROCCA.
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IL REGNO DELLA TERRA.
Serie: Le Cronistorie degli Elementi. 4. Il mondo che non vedi.
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2017.
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Parte 1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Trama.
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«Azione e volontà sono strettamente collegate: discerni sempre ciò che vuoi, la via per la meta troverà te.»
È difficile fingere di non provare niente per qualcuno che ami disperatamente, ma è ancora più complesso manifestare un amore che non esiste. Celine sarà costretta a fare entrambe le cose. Il Prescelto si è risvegliato e la Regina è attraversata da sensazioni contrastanti: vorrebbe stare con Aidan, ma il senso di colpa la divora. Tamnais è buono, gentile e la ama, mentre lei dissimula e cerca un modo
per svincolarsi dal loro legame.
La forzata segretezza su ciò che sente davvero la obbliga a mentire a tutti, ammantando ogni suo rapporto di finzione, costringendola ad allontanarsi da tutti gli affetti, lasciandola sola.
La speranza di trovare qualche indizio sul dono che lega lei e Aidan le dà la forza di prepararsi alla spedizione nel Regno della Terra. Nuovi problemi preoccupano Celine. Bethia, la figlia dei Sovrintendenti, afflitta da mesi da una strana malattia che l’ha resa un vegetale, si rianima improvvisamente rivelando qualcosa che sconvolge tutti.
La Regina è costretta a prendere decisioni difficili che minano qualsiasi certezza abbia mai avuto, persino l’unica sulla quale avrebbe scommesso: l’amore che Aidan nutre per lei.
Mentre Aidan è lontano, in giro per le Divisioni del Regno, alla ricerca delle informazioni di cui necessitano, Celine si pone nuove domande e si accorge che i suoi poteri si indeboliscono giorno dopo giorno, lasciandola sfiancata e incapace di avere il minimo contatto con gli Spiriti.
Solo il coraggio di usare la forza interiore che l’ha sempre animata potrà condurla di nuovo alla vittoria. Riuscirà Celine a trovare il coraggio necessario, nonostante creda di aver perso tutto, anche la persona che per lei conta di più al mondo?
In questo libro sono presenti parole di uso non comune. Troverete in fondo al libro un breve dizionario, non è forzatamente necessario alla comprensione del testo poiché, nel corso del libro, sarà possibile comunque dedurre chiaramente il significato delle parole. Sarà presente anche l’elenco dei personaggi. Se ne sconsiglia la lettura, prima di aver terminato il libro, poiché potrebbe essere fonte di spiacevoli anticipazioni.
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L'AUTRICE.
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Laura Rocca è autrice di libri young adult, fantasy e romance.
Nasce a Genova sul morire dell’estate. Forse è per questo che ama tanto l’autunno; o forse perché colori, profumi e suoni autunnali alimentano la sua indole fantasiosa. Fin da piccola vive avventure fantastiche, eludendo la realtà. Ricorda ancora con gioia le scuole elementari, quando immaginava, insieme alla migliore amica, che un grosso chiodo bitorzoluto fosse la porta segreta per il Paese delle meraviglie. Crescendo dirotta la sua apertura mentale nella scrittura, dando libero sfogo  all’immaginazione. Pomeriggi interi spesi a dipingere, tramite una penna e un vecchio diario, realtà incantate che solo lei può vedere, nelle quali si rifugia. Pur conseguendo un diploma non umanistico, continua ad assecondare la sua passione, perché crede fermamente nella realizzazione dei sogni, con determinazione e spirito di sacrificio.
Dal 2005 al 2011 cura un blog su Splinder, piattaforma ormai dismessa, nel quale racconta le sue vicissitudini lavorative, con ironia e sarcasmo. Nel frattempo continua a scrivere poesie, piccoli racconti e fiabe, ma non ha il coraggio di mostrarli a nessuno. Nel settembre 2013 decide che è ora di provare a realizzare uno dei suoi più grandi sogni: pubblicare un romanzo fantasy. 
Inizia così, nel giorno del suo trentatreesimo compleanno, la stesura del primo volume de Le Cronistorie degli Elementi: Il mondo che non vedi. Ama incontrare i suoi lettori, sia virtualmente sia di persona. Ama viaggiare perché adora l'incognita che rappresenta scoprire un nuovo posto. Ama la fotografia e fotografa di tutto: paesaggi, foglie, cibo, attimi di vita. Non esiste un soggetto particolare, conta solo l'emozione.
Nel gennaio 2015 apre un blog nel quale si concentra sull’epoca vittoriana – un’altra sua grande passione – e pubblica romanzi a puntate ambientati nell’Inghilterra del 1800. Nel 2015 pubblica il primo volume della saga Le Cronistorie degli Elementi, Il mondo che non vedi. A dicembre dello stesso anno pubblica il relativo Spin-off Aidan. Nel 2016 pubblica il secondo volume della saga Le Cronistorie degli Elementi, Il Regno dell’Aria. Nel gennaio 2017 pubblica il terzo volume della saga Le Cronistorie degli Elementi, Il Regno del Fuoco. Nel maggio 2017 pubblica il romanzo rosa storico Un mistero per lady Jessica. Nel luglio 2017 pubblica il quarto volume della saga Le Cronistorie degli Elementi, Il Regno della Terra.



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IL REGNO DELLA TERRA.
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Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.
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Dedica
E l’amore, secondo voi, deve esser sempre fonte di gioia per essere bello?
Quei dolori così profondi, che pare ti strappino il cuore dal petto, quella smania di veder qualcuno, sì per pochi secondi che sembrano quasi di gioia eterna espansa all’infinito.
E non è forse più bello, più profondo, (a volte), quell’amore desiderato, ancor 
non vissuto, che ti dilania nel desiderio di sentirti tutt’uno con quel qualcuno che par etereo come polvere di stelle… e impossibile, inesistente, intangibile.
Perché tutti lo vogliamo quell’amore, quel palpito del cuore, quell’emozione che,
di strazio, ti fa sentir vivo.
Laura.
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Voglio un amore doloroso
Voglio un amore doloroso, lento,
che lento sia come una lenta morte,
e senza fine (voglio che più forte
sia della morte) e senza mutamento.
Voglio che senza tregua in un tormento
occulto sian le nostre anime assorte;
e un mare sia presso a le nostre porte,
solo, che pianga in un silenzio intento.
Voglio che sia la torre alta granito,
ed alta sia così che nel sereno
sembri attingere il grande astro polare.
Voglio un letto di porpora, e trovare
in quell'ombra giacendo su quel seno,
come in fondo a un sepolcro, l'infinito.
Gabriele D’Annunzio.
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L’amore è forte come la morte, la gelosia dura come l’inferno.
Cantico dei Cantici, Antico Testamento, 	QUARTO sec a.e.c.
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Prologo.
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Lunedì 23 aprile.
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Celine si svegliò di soprassalto. Non rammentava cosa avesse sognato, ma era certa non fosse
nulla di piacevole visto che si sentiva più stanca di quando era andata a coricarsi.
Si avvicinò alla finestra della sua stanza e scostò le tende: stava albeggiando. Era ancora molto
presto e, se lo avesse voluto, avrebbe potuto rimettersi sotto le coperte e dormire ancora qualche ora,
ma sapeva che il sonno non sarebbe sopraggiunto. Ormai tutto era diventato difficile, troppo difficile.
Sorridere era una fatica, alzarsi era uno sforzo, chiacchierare era una pena, e persino dormire. Quando
andava a letto i pensieri la assalivano come uno sciame di api impazzite e non le davano tregua, alla
fine cedeva al sonno stremata; quando si alzava, si rendeva conto che la mattina era più stanca della
sera precedente.
Erano trascorse quasi due settimane dal giorno in cui Tamnais si era risvegliato. Il suo aspetto,
in confronto a quando lo avevano salvato, era ormai normale: la magrezza spaventosa era scomparsa e,
anche caratterialmente, sembrava più sereno. Avevano rimandato la partenza per il Regno della Terra. I
membri del Consiglio non avevano voluto si mettessero subito in viaggio: prima avevano preteso di
accertarsi che le condizioni di salute di Tamnais fossero migliorate e che lui fosse pronto ad affrontare
il pericolo. Nonostante le proteste di Morwenna – sua nonna lo aveva preso sotto la sua ala con enfasi –
era stato messo quasi subito sotto torchio dai maestri affinché fosse allenato al combattimento.
Com’era stato anche per lei, Tamnais mostrava un’ottima predisposizione e i suoi poteri si piegavano
molto volentieri al suo comando.
Celine spendeva tutte le giornate ad assistere ai suoi allenamenti, lo incoraggiava e si
complimentava per i suoi rapidi progressi. Le sue energie erano tutte impiegate nella farsa che teneva
in piedi per il mondo intero, l’unica eccezione era Aidan, il solo che sapesse la verità e l’unico con cui
non parlava. Le occasioni per incontrarlo, da quando era presente Tamnais, erano pari a zero. Lei era
sempre impegnata e, anche se fosse riuscita a liberarsi, Aidan comunque non l’avrebbe più raggiunta
nella sua stanza di notte, né tantomeno lei sarebbe potuta andare a fargli visita. Nonostante il loro
amore fosse sopravvissuto all’arrivo del Prescelto, al momento era come se fosse stato messo da parte.
Celine si sentiva come se la sua vita avesse nuovamente subito uno scossone spaventoso, più
precisamente aveva la sensazione che fosse in pausa. Quando i Custodi l’avevano trovata, nonostante la
paura per tutto ciò che di sconosciuto l’aspettava, c’era l’entusiasmo per la sua nuova vita. Invece i
nuovi eventi avevano messo da parte tutto ciò che la rendeva felice.
L’amicizia con Buonia si era raffreddata, le era stato chiaro sin da subito. Non poterle dire la
verità la escludeva dai suoi tormenti e contemporaneamente l’allontanava da lei. Era stato evidente che
Buonia fosse agghiacciata dal suo amore totalitario per Tamnais e dalla sua falsa indifferenza nei
confronti di Aidan. Sospettava che l’amica non fosse più del tutto naturale con lei. D’altra parte
nemmeno lei lo era: dovendole mentire erigeva dei muri e tutto quello che c’era di magico nel suo
rapporto con Buonia appariva congelato, come un ricordo indistinto.
Gli altri la trattavano come sempre, ma sapeva che Mavi quasi certamente ce l’aveva a morte
con lei, e coloro che erano a conoscenza del loro amore si domandavano come stesse lui. Non ne faceva
loro una colpa, a volte si odiava da sola. Si detestava quando baciava Tamnais, mentre gli teneva la
mano e gli sorrideva, quando gli parlava e persino quando ci pensava. Pensare a lui la faceva stare
male. Il fatto che lui fosse piombato nella sua esistenza stravolgendola non era l’unico motivo, c’era di
peggio: il senso di colpa.
Voleva bene a Tamnais, lui era adorabile e la trattava con una gentilezza e una devozione che la
facevano sentire un essere abietto per il modo in cui lo prendeva in giro. Si era spesso domandata se
non sarebbe stato più corretto dirgli la verità, ma la risposta era sempre stata la stessa: non poteva. Se lo
avesse fatto, avrebbe messo in pericolo troppe persone, e non era possibile prevedere la reazione di
Tamnais, non lo conosceva da tempo sufficiente per essere in grado di immaginare come si sarebbe
comportato. Non avrebbe mai lasciato che qualcuno facesse del male ad Aidan, ma al contempo non
poteva nemmeno permettere che tutto il popolo perdesse la fiducia nei Prescelti e che il suo mondo
fosse distrutto.
Il suo sguardo si spostò sul cielo che si stava rischiarando, le rammentò immediatamente quegli
occhi che amava più di qualsiasi altra cosa al mondo. Una lacrima le scivolò lungo la guancia e poggiò
il viso sul vetro freddo, quasi potesse darle conforto. Quel gesto le ricordò il medesimo che aveva
compiuto il mattino in cui era cambiato tutto, quando viveva ancora a Venezia con la madre di Matteo
e dalla finestra ammirava le strade sottostanti.
Allora si sentiva sola perché nessuno sembrava volere avere a che fare con lei, quando era
ancora ignara dei veri motivi si era sentita schiacciata dall’indifferenza di tutti coloro che la
circondavano. Poi aveva scoperto di aver proiettato uno scudo per tenere lontane le persone, per
proteggersi dall’occhio indiscreto degli umani che avrebbero potuto rendersi conto di quanto era
diversa, ma soprattutto per nascondersi da Fàs, anche se allora nemmeno ne conosceva l’esistenza.
Trovando i Custodi la sua vita era cambiata: aveva finalmente assaporato la gioia di avere degli amici,
di conoscere qualcuno che l'apprezzava, di sentirsi circondata d’amore. Nonostante tutte le prove che
aveva affrontato e le difficoltà che l’avevano spesso oppressa era sempre stata grata di quel cambio di
vita: non era più sola.
Mai avrebbe immaginato di sentirsi nuovamente come quando era un’insignificante umana.
Non avrebbe mai creduto che si sarebbe ritrovata nuovamente così alienata. La cosa aveva
dell’incredibile, se lo avesse detto a qualcuno l’avrebbero presa per pazza o per una con manie di
protagonismo. Era la Regina di un popolo, una delle persone per cui si aveva più considerazione,
circondata da gente che avrebbe eseguito ogni suo ordine, eppure si sentiva incredibilmente sola,
isolata come non lo era mai stata.
Era un tipo di solitudine completamente diverso rispetto a quello di cui era stata vittima durante
gli anni di crescita. Era alienante sentirsi in quel modo, sapere che tutte le persone che la circondavano
non potevano capirla, ascoltarla, consigliarla e starle davvero accanto. Era quasi come se tutti i suoi
affetti più cari fossero inariditi. Sapeva bene che Caswyn, suo zio, l’amava come due settimane prima,
era lo stesso per lei, ma non poteva più essere sincera con lui, come con tutti gli altri. Quella condizione
ricopriva tutti i suoi rapporti di una patina di finzione. Parlava, rideva, ascoltava, ma era come se non
facesse nessuna di quelle cose.
Non parlava più con Aidan da quella sera lungo le sponde del lago e, da allora, non lo aveva
quasi più rivisto. Era in assoluto il periodo più lungo che aveva passato senza nemmeno dirgli una
parola. Le mancava in modo lacerante ed era in pena per lui. Non poter sapere come stesse, cosa
provasse. Non poterlo toccare, baciare, sentire il suo odore: la sensazione di vuoto che ne derivava era
desolante. Aveva fatto una promessa: avrebbe rispettato la presenza di Tamnais e prestato attenzione
affinché nessuno scoprisse cosa provava davvero: lo doveva alla sua gente, a chi era morto, e avrebbe
continuato a farlo, per lei.
Quando era sola con se stessa, però, non poteva mentire alla sua anima.
Aidan, come si era aspettata, era ligio e rispettava la presenza di Tamnais, si faceva vedere a
palazzo solo se strettamente obbligato. Le riunioni con il Consiglio, giacché non vertevano sulla
spedizione, erano riservate solo ai quattro membri, a lei e a Tamnais. Ne avevano fatta una brevissima
per decidere a quale data rimandare la partenza, considerato l’arrivo di Tamnais, e in quell’occasione
Aidan aveva presenziato. Aveva provato a parlargli usando il loro dono, ma Tamnais aveva richiamato
la sua attenzione e Aidan non aveva risposto. Si erano solo scambiati uno sguardo e in quegli occhi
Celine aveva letto tutto il suo dolore. Aveva occhiaie profonde e avrebbe voluto chiedergli se gli incubi
sulla morte dei suoi genitori lo tormentassero ancora. Ma non poteva. Si era imposta di stargli lontano.
Qualcuno bussò alla porta.
«Avanti», disse Celine.
Era Tamnais e Celine si stampò in faccia un sorriso luminoso.
«Ciao, volevo darti il buongiorno, con tutte queste lezioni possiamo passare insieme poco
tempo ultimamente», si fece avanti lui, abbracciandola.
Celine, le braccia che le sembravano lastre di piombo, lo strinse a sua volta dandogli un bacio
leggero
«Non preoccuparti, passo tutto il tempo a guardarti, sono lì con te. Voglio che tu sia preparato
per ciò che affronteremo, è giusto che spenda tanto tempo con i Maestri», lo rassicurò.
«Andiamo a fare colazione insieme?», propose lui.
«Certo», acconsentì lei, infilando la mano in quella che lui le porgeva.
Un’altra giornata di finzione era iniziata, ormai aveva perso il conto dei sorrisi falsi che faceva,
dei gesti finti che compiva, delle parole vuote che pronunciava. All’inizio si tormentava contandole una
a una, pensando a quanto le mancasse Aidan, sentendosi un verme per come prendeva in giro Tamnais
e tutti coloro che l’amavano.
Poi aveva smesso.
Stava già sufficientemente male. Non voleva più concentrarsi su ogni maledetto gesto che era
obbligata a compiere.
Capitolo 1 Pensieri in subbuglio
Lunedì 23 aprile
Quella mattina Buonia si era alzata presto e aveva posato con dolcezza gli occhi su Caswyn:
l’amato marito dormiva serenamente. Gli aveva scritto un biglietto dicendogli che usciva e che si
sarebbero visti per pranzo. Era giunto il momento di fare una visita e aveva bisogno di andare da sola,
aveva rimandato troppo a lungo. Avrebbe voluto andare a trovare Aidan il giorno dopo l’incoronazione
di Tamnais, ma aveva cambiato idea e gli aveva lasciato del tempo per assorbire il colpo. L'amico
mostrava raramente le emozioni ed era certa che, visto lo stato di prostrazione, non avrebbe gradito
farsi vedere da lei. Sapeva che non sarebbero bastati pochi giorni a cancellare il suo dolore, ma ormai
doveva aver indossato la maschera e sarebbe stato pronto per parlarle.
Mentre si avviava verso le porte del castello sentì un allegro vociare provenire dalla saletta dove
spesso, in passato, avevano fatto colazione lei e Celine. Si sporse oltre la soglia per darle il buongiorno,
ma rimase impietrita sulla soglia: la Regina e Tamnais stavano giocando, lui le stava imbrattando il
naso con la marmellata. Non poteva negare che fossero teneri, eppure vederli non le faceva sentire
quella stretta al cuore che provava osservandola con Aidan, quella sensazione di rubare un pezzo del
loro amore. Tamnais era molto gentile, anche con lei, ma non riusciva ad accettarlo, le sembrava tutto
sbagliato. Aveva speso notti intere a parlare con Caswyn di quanto le sembrassero alieni i sentimenti di
Celine, di quanto la loro tanto decantata Profezia fosse stata agghiacciante. La Regina non sembrava
più la stessa persona, come se la soppressione dei sentimenti che provava per Aidan avesse ucciso una
parte di lei.
Riprese a camminare verso l’uscita del castello, non desiderava che la vedessero e la invitassero
a unirsi a loro, si sarebbe sentita in imbarazzo. Le strade della Capitale erano già animate: i
commercianti avevano aperto le loro botteghe e l’odore del pane si spargeva nella piazza solleticandole
le narici. Buonia entrò e comprò una ciambella al miele, addentandola mentre si dirigeva verso la sua
meta.
Arrivata innanzi alla casa di Aidan, però, si sentì in soggezione. Era certa che lui l’avrebbe
accolta a braccia aperte, ma temeva Mavi. La ragazza era molto protettiva nei confronti del fratello e
immaginava che non le avrebbe riservato un’accoglienza calorosa, tuttavia si fece forza e bussò alla
porta. Purtroppo andò ad aprire proprio lei.
«Buongiorno, Buonia», disse squadrandola da capo a piedi, «sei sola? La Regina ha bisogno di
qualcosa?», chiese poi.
«Non vengo per conto di nessuno, desidero solo parlare con Aidan», rispose sinceramente
Buonia.
Mavi la scrutò in silenzio.
«Sono preoccupata per lui, ti prego, Mavi. Lo conosco da ancor prima che Celine arrivasse tra
noi», aggiunse per spezzare quel mutismo inquisitorio.
Mavi si fece da parte e con un cenno la invitò a entrare. Buonia la seguì in cucina, immaginando
di trovare Aidan intento a fare colazione, ma rimase sorpresa. Attorno al tavolo c’erano tre persone:
Brian, Murchadh e Kenina. Non le diede fastidio vedere Murch con la ragazza, aveva accettato da
tempo che ci fosse qualcosa tra loro; Adraste in quei giorni era impegnatissima, si divideva tra il lavoro
all’emporio e gli ultimi allenamenti per la prova perché la sua prima rigenerazione era imminente.
«Buongiorno, Buonia», l’accolse Kenina sorridente.
«Buongiorno a voi», replicò lei, «non mi aspettavo di trovarvi tutti qui», aggiunse.
«È una bella giornata, non c’è molto da fare in attesa che Tamnais sia pronto per la partenza.
Tra poco usciremo per andare a fare un picnic sulle sponde del lago», chiarì Brian che nel frattempo si
era alzato e aveva circondato la vita di Mavi con un braccio.
Le fece piacere vederli così. La tensione sul viso di Mavi era palpabile, si stava tormentando le
mani, sembrava non sapere dove metterle e Brian lo aveva colto. Le era andato accanto per farle
percepire la sua presenza, la sua vicinanza, e Buonia lo trovò adorabile. Non avrebbe mai creduto che il
più incallito sciupafemmine che conosceva sarebbe diventato un compagno così attento e devoto.
«Dov’è Aidan?», domandò diretta. Sarebbe stato inutile girarci intorno, quello era il vero
motivo per cui era lì. «Si sta già cambiando per la vostra scampagnata?», vedendo che nessuno
rispondeva proseguì. «Lo attenderò qui se per voi va bene, gli ruberò solo pochi minuti, poi toglierò il
disturbo».
Notò Mavi e Brian scambiarsi uno sguardo significativo.
«Aidan non verrà con noi, abbiamo provato a convincerlo ma ha rifiutato l'invito», le spezzò il
cuore Murch.
Era naturale che Aidan non volesse trascorrere il tempo insieme a due coppiette felici, e Buonia
si diede dell’idiota da sola per non averci pensato.
«È nella sua stanza, gli ho portato la colazione per cui so che è sveglio. Se vuoi parlargli, sali.
Non credo ci sia bisogno che io ti annunci, non ce l’ha con te, non ce l’ha nemmeno con quella», disse
Mavi, sin troppo diretta, palesando il suo disappunto nei confronti di Celine.
Brian le strinse il gomito per segnalarle di tacere. Buonia fece per aprir bocca, ma la richiuse.
Che cosa avrebbe potuto dire? Che era colpa della Profezia? Fino a poco prima avrebbe difeso a spada
tratta Celine, ma in quella circostanza non ce la faceva.
«Vado di sopra», annunciò, dirigendosi verso la scala.
Davanti alla porta della camera di Aidan prese un respiro, poi bussò.
«Ho detto che non verrò, Mavi», la raggiunse la voce di lui da dietro l’uscio.
A Buonia si strinse nuovamente il cuore, ma si fece coraggio.
«Sono Buonia e sono sola. Ho bisogno di parlarti», disse.
Pochi attimi dopo si ritrovò davanti Aidan: i capelli gli incorniciavano disordinatamente il volto
smunto, sembrava consumato; le occhiaie profonde gli segnavano lo sguardo e la fecero sentire in
colpa, come se fosse lei ad averlo fatto soffrire. La verità era che, trovandoselo innanzi in quelle
condizioni, non poteva fare a meno di ricordare le parole cattive che gli aveva rivolto nel Regno
dell’Aria, quando pensava si stesse divertendo a fare soffrire Celine, quando credeva che fosse una
persona disprezzabile e si era sentita in dovere di difendere l’amica.
Entrò nella stanza e lui chiuse la porta alle sue spalle. Nonostante il sole fosse sorto da un
pezzo, lì dentro era buio. Il letto era sfatto, le tende tirate, l’unica luce proveniva da una strana lampada
posata su una scrivania; Buonia la fissò incuriosita, sembrava provenire dal mondo umano e le sarebbe
piaciuto domandare ad Aidan come mai si trovasse lì, ma non era andata da lui per spettegolare.
«Posso esserti utile in qualcosa, Buonia. Celine sta bene?», domandò lui alle sue spalle.
Buonia si disse che, come sempre, era lei il suo primo e unico pensiero.
«Celine sta bene, io… volevo solo sapere come ti senti», replicò, riportando l’attenzione su di
lui.
«Io sto benissimo», si strinse nelle spalle, ma il suo volto disse tutt’altro.
I ricordi erano una gran bella cosa, permettevano di rammentare le esperienze più dolci per
nutrirsene nei momenti dolorosi, ma in quel caso avrebbe preferito non ricordare. Erano passati pochi
mesi, ma poteva ancora sentire la sua voce, in un’altra stanza, in un altro luogo, in un’altra vita. «Ho
sbagliato a fare una promessa a uno come te, non meriti nulla», aveva iniziato la sua tirata in favore di
Celine. In quel momento si sarebbe rimangiata ogni sillaba.
«Mi dispiace, Aidan, non riesco a trovare altre parole… Io… è come se non la conoscessi più, è
cambiata anche con me. Non riesco a vederla nello stesso modo e non mi sembra lei senza di te»,
farfugliò Buonia.
«È la Regina, Buonia, è a lei che deve andare la tua lealtà. Lei ti ama come una sorella», rispose
Aidan, sedendosi davanti alla scrivania e invitandola con lo sguardo a fare lo stesso con la poltroncina
gemella.
Buonia si accomodò impacciata.
«Io vorrei chiederti scusa, non faccio che pensare a quanto tu possa stare male, non riesco a non
flagellarmi ripensando a come ti ho trattato nel Regno dell’Aria, quando tu avevi cercato di tenere
lontano Celine parlandole di Kaina. Allora ti avevo giudicato quasi indegno della mia amicizia, ora so
che avevi ragione: stavi cercando di proteggere te stesso. Non avrei dovuto dirti quelle parole,
comportarmi come un’immatura, inconsapevole dell’esistenza del Prescelto», sparò tutto di filato
Buonia.
Aidan la scrutò un istante.
«Non ho mai cercato di proteggere me stesso, Buonia, non avrei potuto farlo: l'ho amata dal
primo momento in cui l’ho vista. Ho cercato di proteggere lei da me, da uno sbaglio. In questo periodo
le ho fatto compiere molti errori, alla fine ho ceduto e ora ne sto pagando le conseguenze. Celine non
ha nessuna colpa, restale accanto», la spiazzò totalmente lui. Nei suoi occhi lesse sincerità, non c’era un
briciolo di acrimonia nella voce di Aidan. La cosa la fece sentire stupida, quasi meschina.
«Ho cercato di farlo capire anche a Mavi, ma con lei è impossibile: è mia sorella e se Celine
fosse una ragazza come tante a quest’ora l’avrebbe già fatta a pezzi», disse ridacchiando. «Nonostante
questo, le resta comunque grata per ciò che ha fatto per lei e, riflettendo, rammenta chiaramente cosa
sentiva Celine per me. Ricordalo anche tu, Buonia. Rammenta quella rabbia che provavi per me quando
ti sembrava volessi ferirla, pensa a quanto sapevi mi amasse. Celine non mi ha ingannato, non ha
mentito, non si è mai presa gioco di me. Io sono stato parte attiva di questa partita e ne ho sempre
conosciuto le regole, sapevo che prima o poi mi sarei dovuto fare da parte», proseguì Aidan senza
abbandonare il suo sguardo.
«Lo so, ma ora lei è cambiata, mi sembra così insensibile nei tuoi riguardi…», abbozzò.
«È normale che sia così. Conoscevamo tutti la Profezia ed era chiaro sin dal principio che
avrebbe amato il Prescelto incondizionatamente. Non devi preoccuparti per me, Buonia, ma ti ringrazio
di essere venuta, mi ha davvero fatto piacere parlarti e sapere che, se ne avrò bisogno, ci sarà un’amica
su cui potrò contare», rispose Aidan. Il suo dolore era così composto e Buonia si vergognò di essere
andata lì. Aidan, più giovane di lei, spesso impulsivo, anche se ferito dimostrava una maturità che non
gli avrebbe mai attribuito.
«Ti chiedo scusa se sono venuta e per i vaneggiamenti che ho esternato. Deve essere già
abbastanza difficile per te, senza dover perorare con noi la causa di Celine. Hai ragione, so bene quanto
lei ti abbia amato. Vago tra l’essere amareggiata per come la Profezia abbia soppresso ciò che sentiva
davvero e l’impressione che mi dà vederla con lui. Perdonami», fece ammenda, alzandosi in piedi. Era
chiaro che la sua visita fosse giunta al termine.
«Non scusarti. Presumo sia difficile anche per te, prima sicuramente eri la sua più stretta
confidente su ciò che ci legava, adesso tutto questo non esiste più. Devi solo abituarti, sono certo che
presto non noterai nemmeno più la differenza. Era così che le cose dovevano andare, lo abbiamo
sempre saputo», la salutò Aidan, accompagnandola alla porta della sua stanza.
Buonia scese le scale in silenzio, salutò rapidamente gli altri e lasciò la casa. Non aveva voglia
di rientrare al castello, aveva quasi sperato di trovare in Aidan un alleato, qualcuno che, come lei,
sentisse quanto era cambiata Celine, ma così non era stato. Anzi lui le aveva aperto gli occhi, le aveva
fatto capire quanto sbagliasse. Le poche parole che le aveva detto le erano state più utili di tutti i
discorsi che aveva fatto con suo marito, eppure non si dava pace, c’era qualcosa che non le tornava, che
la rendeva inquieta.
Camminando per le strade di Gallaibh quasi senza meta, si ritrovò innanzi all’emporio di Kerra
e decise di fare una visita alla cugina. Adraste non si occupava di vendita al pubblico e avrebbe potuto
sicuramente spendere qualche minuto con lei tra un punto e l’altro.
Era trascorsa mezz’ora da quando se n’era andata Buonia, finalmente aveva nuovamente sentito
richiudersi la porta. Mavi, Brian, Murch e Kenina erano usciti per la loro gita al lago.
Non sarebbe mai riuscito ad andare sulle sponde del Loch Trìd-Shoilleir, non dopo quello che
era accaduto quando c’era stato l’ultima volta. Quella notte, al suo rientro, aveva trovato Mavi sveglia
ad aspettarlo, sembrava quasi una madre in attesa del figlio. Le aveva dovuto mentire e gli era
dispiaciuto, ma non esisteva altra strada. Le aveva raccontato che Celine si era scusata, che gli aveva
chiesto perdono per i sentimenti che nutriva nei confronti del Prescelto. Non aveva dimenticato ciò che
c’era stato tra loro, ma lui era diventato solo una delle persone di cui si fidava di più, nient'altro. Mavi
aveva stretto i pugni e non aveva detto una parola. Era riuscito a leggere gli stati d’animo contrastanti
di Mavi: ce l’aveva a morte con Celine perché lo aveva lasciato, ma sapeva anche che non poteva farci
niente, si ricordava bene di averla ammirata e apprezzata a sua volta.
La visita di Buonia lo aveva turbato: vedere sua sorella arrabbiata con Celine era un conto, ma
sapere che persino Buonia la biasimava lo rendeva inquieto. Non riusciva a immaginare quanto si
sentisse sola, quanto le costasse mentire a tutti, specialmente a colei che considerava come una sorella.
Lo turbava che chi era a conoscenza del loro legame la guardasse con distacco, in tutta onestà non
avrebbe mai creduto in uno schieramento così netto dalla sua parte. La cosa non lo soddisfaceva, anzi
lo preoccupava.
Sperava che le sue parole avessero riportato Buonia sulla strada giusta: Celine aveva bisogno di
alleati, in quel momento come non mai. Aveva bisogno anche di lui, sapeva di averle promesso che ci
sarebbe stato, che l’avrebbe aiutata a venire a capo del mistero che li legava, ma era davvero difficile.
Ricordava chiaramente, quando erano sulle sponde del lago, di averle detto che a lei sarebbe toccata la
parte più difficile, ma rammentava anche le parole di Celine: gli aveva ricordato quanto sarebbe stata
dura per lui doverla vedere con un altro e aveva ragione.
Dalla sera al lago aveva visto Celine solo una volta, durante una riunione per decidere a quando
rimandare la partenza per il Regno della Terra. Lei era seduta accanto a Tamnais, lui le aveva tenuto la
mano tra le sue tutto il tempo e quel semplice gesto gli aveva fatto ribollire il sangue nelle vene.
Quando Morwenna aveva iniziato a protestare per la mole di allenamenti che stavano mettendo sulle
spalle del Prescelto, in modo da poter partire entro un certo tempo, tutti si erano distratti e Celine ne
aveva approfittato per parlargli con il loro dono.
“Come stai? Mi manchi ogni secondo”, gli aveva lanciato con il pensiero.
Quando quella voce gli era esplosa in testa, aveva sollevato lo sguardo verso di lei ma Tamnais
aveva attirato la sua attenzione facendole una domanda. Era stata una frazione di secondo, i loro occhi
si erano incontrati, poi era stata obbligata a spostare lo sguardo sul suo compagno. Non le aveva
risposto, non aveva senso, era inopportuno. Sarebbe stato fuori luogo parlarle, mentre lei bisbigliava
con colui che avrebbe dovuto amare.
La situazione lo faceva impazzire, soprattutto perché nemmeno lui sapeva cosa augurarsi e cosa
pensare. C’erano attimi in cui odiava a morte Tamnais, non faticava a vedersi mentre lo uccideva a
sangue freddo; poi tornava in sé e rammentava che lui era il Prescelto, una speranza per tutta la loro
razza e il compagno legittimo di Celine. Quando la lucidità prendeva il posto dell’impulso, si rendeva
conto che lui avrebbe dovuto proteggerlo con la sua stessa vita, proprio come avrebbe fatto con Celine.
Il tormento maggiore derivava dalle rivelazioni che gli avevano fatto gli Spiriti, alla luce dei
fatti avrebbe preferito non saperlo. Non comprendeva se lo avessero preso in giro, se per loro fosse
stato solo un gioco, o se fosse vero. C’erano giorni in cui si diceva che aveva agito troppo male,
provocandoli, e che essi avevano deciso di lasciare il potere a qualcuno più meritevole; altri in cui si
domandava se esistesse ancora una speranza per lui. Poi c’erano i momenti peggiori, quelli in cui si
poneva questioni infinite sulle sue origini. Avrebbe dato qualsiasi cosa per rammentare per intero
quella maledetta notte. Il sogno, o meglio la visione, continuava a perseguitarlo ogni volta che chiudeva
gli occhi, senza dargli tregua, ma si interrompeva sempre nel solito punto. Anche se Celine gli aveva
detto di non pensarci, di convincersi che in lui non c’era nulla che non andasse, gli risultava
impossibile.
“Cos’altro avrebbe potuto valere la perdita di un Prescelto per gli Spiriti?”.
Non trovò una risposta a quel quesito. I Prescelti erano la cosa più importante per la loro razza,
rappresentavano la speranza di porre fine al male. Non c’era niente che potesse valere un tale sacrificio,
ma gli Spiriti lo avevano fatto, gli avevano tolto i poteri in attesa che li meritasse. Poi, lungo la strada,
avevano forse deciso che non ne sarebbe mai stato degno, donandoli a un altro. Ma Celine aveva
continuato ad amarlo e il loro strano dono a funzionare, a dispetto di tutto e tutti. Aveva fatto una
promessa e voleva mantenerla, ma a volte si domandava se non sarebbe stato meglio per Celine trovare
la felicità con qualcun altro. Se non fosse stato per le risposte mancanti, avrebbe davvero cercato di
prendere le distanze da lei, nella speranza che la Profezia facesse il suo corso e lei fosse serena. Ma non
poteva ignorare tutte le strane coincidenze che li legavano a filo doppio: fosse stata una cosa che
riguardava solo lui se ne sarebbe tirato fuori soffrendo in silenzio, ma quei misteri potevano
rappresentare un problema anche per Celine, ed era soprattutto per quel motivo che voleva venirne a
capo. Lo avrebbe fatto anche se lei avesse smesso di amarlo. Ricordava chiaramente ciò che lei gli
aveva detto: pensava di avere qualcosa di rotto. L’aveva raccontato solo a lui, nessuno avrebbe mai
dovuto pensare che la profezia non si fosse compiuta perché avrebbero potuto attribuire la colpa alla
sua crescita tra gli umani o al sentimento che li univa. No, quelle ipotesi poteva farle con lui, ma non
con il mondo esterno.
Buonia varcò le porte dell’atelier di Kerra e fu immediatamente accolta dalla cugina che stava
apportando dei ricami su un abito molto bello.
«Un gran bel lavoro», commentò Buonia, prendendo la sedia e accomodandosi accanto ad
Adraste.
«È l’abito della madre delle gemelle, lo indosserà per il matrimonio di Ailie», spiegò lei.
«Sono certa che sarà contentissima del risultato, mi dispiace che non ci sarai», replicò Buonia.
«Maheloas e Ailie non mi conoscono, è normale che io non sia stata invitata, Buonia. Inoltre
ormai manca pochissimo alla prova, sai che sarà lunedì prossimo: ogni istante libero voglio passarlo a
prepararmi», osservò sua cugina, mentre continuava a ricamare.
«Sono in ansia per te e al contempo contenta. Questo ritardo dovuto all’arrivo di Tamnais ha
reso possibile che io possa essere presente senza problemi e che tu non debba procrastinare. Vorrei che
trovassi anche il tempo per distrarti e che non accumulassi troppo stress, arrivando alla prova sfinita»,
le fece notare Buonia.
«È tutto sotto controllo e dopo la prova ci sarà una sorpresa, ma ancora non voglio dire niente
nemmeno a te. È un progetto sul quale sto lavorando da tanto. Tu, piuttosto, che cosa ci fai qui? Non
hai impegni a palazzo?», chiese Adraste.
«Al momento le riunioni sulle spedizioni sono sospese, ogni cosa è giustamente incentrata su
Tamnais e sulla sua preparazione. Celine trascorre ogni attimo con lui e io sono più libera. Sono andata
a fare visita ad Aidan e Mavi stamani», spiegò Buonia, stando attenta a non rivelare altro.
Non sapeva se la cugina fosse a conoscenza della gita alla quale partecipavano anche Murch e
Kenina. Non le andava di parlargliene per due motivi: aveva deciso di tenersi fuori da quella storia,
chiunque avesse scelto Murch non le riguardava; inoltre Adraste le sembrava già sufficientemente sotto
pressione, senza che lei le raccontasse delle gite romantiche dell’uomo che amava.
«Ah, ora mi spiego la tua visita improvvisa», commentò Adraste.
«Che cosa intendi?», domandò Buonia perplessa.
«Sapevo che questa mattina Murch sarebbe stato impegnato con Kenina. Io devo lavorare,
Buonia, non sono una principessina che ha tempo di divertirsi e rilassarsi. Lui è molto sincero e mi
informa sempre. Questa sera passerà da me per trascorrere un po’ di tempo insieme, o almeno così mi
ha detto. Sempre che la reginetta del ballo glielo consenta», chiarì Adraste.
Buonia si prese un attimo prima di rispondere. Naturalmente era contenta che Murch fosse
onesto con Adraste e che si ricavasse del tempo da dedicare a lei. La turbava il modo in cui la cugina
definiva Kenina, sembrava convinta che la ragazza fosse una sciocca ochetta, ma non era così.
«Anche Murch è libero di divertirsi in questi giorni, ma non per questo mi sembra che tu lo
tacci di essere un nullafacente», le fece notare, prendendola alla larga.
«Che cosa c’entra?», obiettò Adraste. «Lui è un guerriero, adesso non sono previsti impegni che
lo coinvolgano e, giustamente, sfrutta il tempo libero per rilassarsi. È ben diverso dall’essere la figlia
del Sovrintendente che, annoiata della vita nel suo Regno d’origine, ha deciso di partecipare a una
spedizione tanto per mettersi in mostra».
«Adraste, Kenina non è così. Non la conosci bene, capisco la tua acrimonia visto che
condividete l’amore per lo stesso uomo, ma forse dovresti conoscerla davvero, soprattutto se vuoi
batterla in questo duello», fu sincera Buonia.
«Vi ha ingannato tutti, vero?», fu la risposta di Adraste.
Buonia la fissò perplessa.
«Presto ve ne accorgerete, spero soprattutto Murch. Fa credere di essere volenterosa, di voler
fare la differenza, ma il suo unico interesse è restare appiccicata a Murch. Quando sarete lì, poco per
volta, aprirete gli occhi», sentenziò.
«Adraste, io non credo sia così, non penso che Kenina finga. In ogni caso staremo a vedere», fu
la sua replica pacata.
Non le andava di litigare con Adraste e si era accorta che la cugina si era accalorata durante
quella discussione, quindi preferì lasciar correre. Dopotutto non era certo compito suo obbligarla a
vedere Kenina per come appariva a lei. Adraste aveva tutto il diritto di avere una sua opinione, e forse
poteva avere anche ragione. In fondo anche lei era una sempliciotta, non si poteva certo dire fosse
un’arguta conoscitrice dei caratteri altrui. Fino a poche settimane prima avrebbe messo la mano sul
fuoco sull’amore di Celine per Aidan. Rendendosi conto di essere tornata su quel punto, si sgridò da
sola. Avevano ragione sia Aidan sia Caswyn: Tamnais era il Prescelto ed era giusto che le cose
andassero così.
In breve prese congedo e lasciò Adraste al suo lavoro, facendo ritorno al castello. Non c’era
nessuno, nemmeno Morwenna. Buonia si disse che probabilmente nonna e nipote erano entrambe agli
allenamenti di Tamnais. Si diresse verso la camera che divideva con suo marito e la trovò vuota. Sul
comodino, però, c’era un biglietto: Caswyn la informava che avrebbe trascorso la mattinata con Lonn,
aiutandolo con le illusioni da plasmatore di materia. Buonia se ne rallegrò. Il marito era molto scettico
sul cugino di Kaina, specialmente dopo la rivelazione che Tamnais era il Prescelto. Aveva temuto
volesse spifferare tutto sul legame che univa Celine ad Aidan in passato, ma Lonn non aveva fatto nulla
del genere, anzi.
Il giorno dopo l’incoronazione Caswyn lo aveva scortato perché dichiarasse il suo potere.
Buonia sapeva tutto anche se non avrebbe dovuto, ma era sposata con uno di loro e Celine l’aveva resa
partecipe quando avevano chiarito il coinvolgimento di Lonn nei misfatti di Kaina. Caswyn le aveva
poi riferito che avevano raccontato l’esatta versione decisa dalla Regina e che Lonn era stato inserito
nell’apposito registro. Nei giorni a seguire aveva spesso cercato Caswyn per allenarsi insieme a lui,
voleva che si coordinassero al meglio per fornire la maggiore protezione possibile, visto il viaggio che
avrebbero affrontato in un luogo non completamente sicuro. Inoltre sperava di riuscire a trovare il
modo affinché uno dei due, durante i combattimenti, riuscisse a plasmare la materia creando un rifugio
improvvisato, un muro, qualsiasi cosa potesse essere utile a salvarli da attacchi dei nemici.
Inizialmente il marito le era sembrato riluttante ad accettare la compagnia di Lonn, poi aveva
acconsentito dicendole che per lui era un modo per tenere sotto controllo una possibile minaccia. Non
si fidava, ma Buonia aveva iniziato a notare altro. Caswyn finalmente poteva condividere il peso di
essere l’unico illusionista con qualcun altro e, costui era immensamente dotato, proprio come lui.
Sapeva quanto il marito si sentisse protettivo nei confronti di Celine: era una dei Prescelti, ma
soprattutto era sua nipote, la figlia del suo adorato fratello. Era certa che l’aiuto di Lonn per migliorare
i loro interventi fosse un toccasana per le preoccupazioni da zio iperprotettivo.
Conservando il biglietto, sorrise. In quella strana giornata aveva trovato qualcosa che andava
davvero per il verso giusto.
Capitolo 2 Nozze nel Regno dell'Aria
Venerdì 27 aprile
Acheflow era estremamente felice del risveglio dell’altro Prescelto. Certo, lo erano tutti, ma lei
lo era doppiamente. Quella lieta circostanza le aveva dato la possibilità di aiutare Ailie a organizzare le
nozze con calma e soprattutto le aveva lasciato del tempo da trascorrere con la sorella. Celine aveva
acconsentito immediatamente a lasciarla libera affinché si recasse nel Regno dell’Aria per stare accanto
ad Ailie.
Era stato emozionante aiutare la sorella a scegliere l’abito, a decidere come addobbare la sala, a
studiare il miglior modo per improntare la cerimonia e infiniti piccoli dettagli che avevano
ulteriormente rinfocolato la loro rinnovata complicità. Maheloas era fantastico, non era mai invadente,
lasciava loro tutto il tempo di cui avevano bisogno ed era felice di qualsiasi scelta facesse Ailie. Ache
era sicura di non sbagliarsi pensando che la sorella avesse trovato l’anima gemella, era una bambina
sotto tanti aspetti e lui la viziava quasi come tale. Sotto tanti punti di vista la sorella era cresciuta ed era
meno immatura, ma nelle piccole cose era rimasta una principessa. Maheloas non sembrava trovarlo
pesante, anzi pareva l’amasse proprio per quello.
Anche la madre dello sposo le aveva aiutate ad apportare le giuste modifiche affinché la
cerimonia seguisse le tradizioni del Regno. Aveva un ottimo rapporto con sua sorella, si vedeva che si
piacevano vicendevolmente. Le sembrava incredibile che Ailie stesse per diventare la Sovrintendente
del Regno dell’Aria, eppure era così.
Di lì a poche ore lei e Maheloas si sarebbero sposati. Hewie l’aveva raggiunta da una settimana
e si era sentita unita a lui come non mai. Purtroppo da due giorni erano sopraggiunti anche i loro
genitori. Ache sapeva che il loro buon comportamento era frutto di finzione, dimostravano di approvare
la sua presenza ma lo facevano per Ailie che altrimenti si sarebbe arrabbiata. La sorella, in ogni caso,
non aveva lasciato alla madre voce in capitolo su niente, tagliandola quasi completamente fuori.
L’aveva trattata come se fosse un'ospite e le aveva vietato di assisterla nella preparazione. L’unico che
aveva acconsentito ad avere vicino era il padre e non certo per affetto: voleva essere onorevolmente
accompagnata all’altare al suo braccio.
Ache abbandonò quei pensieri e uscì dalla sua stanza per raggiungere la gemella. Bussò
delicatamente alla porta, poi si intrufolò dentro. Ailie dormiva ancora, il volto sereno anche nel sonno,
pareva sapesse anche da incosciente che quella sarebbe stata la giornata più felice della sua vita. Ache
la lasciò riposare ancora un po' e si diede da fare: tolse il vestito dalla sacca per abiti, sistemò sulla
toeletta tutto l’occorrente per aiutarla a prepararsi e fece portare la colazione da una cameriera. Quando
la ragazza tornò con il vassoio, svegliò l’amata sorella.
Ailie la guardò diritta negli occhi appena li aprì.
«Ci siamo davvero?», chiese subito.
«Proprio così», le sorrise Ache, mettendole davanti il vassoio.
«Non sei la mia cameriera personale», disse Ailie.
«No, non lo sono. Sono solo una gemella emozionata che vuole viziare l’altra parte di se
stessa», rispose con un groppo in gola.
Ailie le gettò le braccia al collo commossa, e insieme fecero il primo pianto della giornata.
Quando si calmarono, fecero colazione insieme, poi iniziò la preparazione vera e propria, ma prima di
truccarla la redarguì scherzosamente.
«Basta lacrime, almeno fino alla cerimonia dobbiamo contenerci, d’accordo?».
Ailie annuì vigorosamente.
Ache si dedicò ad aiutare la sorella senza pensare a nulla. Quando spinse Ailie a indossare il
vestito, non le sembrò vero che fosse finalmente arrivato il momento. La sorella era mozzafiato. I
capelli biondi elegantemente raccolti, il trucco che evidenziava lo splendore degli occhi facendoli
sembrare due gemme vive, e il candore dell’abito vaporoso che terminava in un lungo strascico. La
coda del vestito aveva dei finissimi ricami azzurro pallido che richiamavano l’elemento dell’Aria, dello
stesso colore era la fila di bottoncini sulla schiena. Ailie aveva smesso di essere una ragazza, quel
giorno sembrava una donna a tutti gli effetti.
«Sei meravigliosa», disse felice.
«Per merito tuo», replicò Ailie, abbracciandola.
Si guardarono negli occhi, leggendo reciproca intesa, e si diressero verso l’uscita del castello
dove Maheloas e tutti gli invitati le stavano aspettando. Il matrimonio si sarebbe celebrato nel giardino,
mentre per la festa avevano scelto la grande sala da ballo sulla cima del castello perché dava l’idea di
essere sospesi in mezzo alle scie di luce che solcavano il cielo grazie alle ampie vetrate e all’assenza di
muri.
Celine, seduta accanto a Tamnais, attendeva l’arrivo di Ailie. Guardandosi intorno rammentò il
matrimonio di Buonia, le sembrò che fosse stato celebrato in un’altra vita, eppure erano passati solo
pochi mesi.
Rìoghachd an Adhar era il primo Regno che avevano visitato e le era rimasto nel cuore per più
ragioni, una di quelle era la sensazione di ritrovarsi in un mondo coperto di glassa. A parte gli
imponenti abeti, che tra i rami più bassi lasciavano intravedere il verde, tutto era bianco. La neve e il
ghiaccio ricoprivano ogni cosa, e i raggi del poco sole che ancora faceva capolino vi si riflettevano
dando all’ambiente un aspetto scintillante. Sembrava di ritrovarsi in un giardino di prezioso cristallo.
Dietro all’altare, dove Maheloas attendeva Ailie, s’innalzavano le torri del castello che
sembravano solcare il cielo. Il ghiaccio sui tetti era di un colore più intenso, quasi blu-violetto, mentre
sulle mura, che sembravano di ghiaccio trasparente, quando era buio si riflettevano tutti i colori delle
luci del Nord. Strinse tra le mani la pietra benaugurante, come aveva fatto al matrimonio di Buonia. La
differenza rispetto al matrimonio dell’amica era che in questo tutto rappresentava il potere dell’Aria,
poiché entrambi gli sposi avevano il dono di Adhar.
Quando una dolce musica tipica della loro tradizione invase l’ambiente, Celine voltò lo sguardo
verso la passatoia. Trovò Ailie incantevole: l’abito vaporoso, quasi eccessivo, rappresentava al meglio
la sua personalità, su di lei era perfetto, lo sapeva portare e aveva un aspetto radioso. Lo sguardo con
cui la carezzò Maheloas fu carico d’amore.
Celine si concentrò sulla cerimonia con viva partecipazione, era felice per i suoi due amici.
Dentro di lei non riuscì a fare a meno di chiedersi se anche lei, un giorno, avrebbe potuto vivere un
momento del genere, ma non seppe rispondersi. A volte temeva che tutti gli amici sarebbero diventati
nemici, che lei e Aidan, sconfitto il male e chiarito che non amava Tamnais e non intendeva sposarlo,
avrebbero dovuto vivere la loro vita scappando. Non riusciva a credere davvero, però, che sua nonna
l’avrebbe fatta perseguitare. Si disse che erano le terribili notti che trascorreva a indurle quei pensieri
bislacchi.
Osservò di sottecchi Tamnais e notò il suo sguardo felice mentre ammirava gli sposi. Si sentì in
colpa, immaginando che lui avesse pensieri ben diversi dai suoi: probabilmente la immaginava con
indosso quell’abito in un giorno che non sarebbe mai arrivato. Si sentì una traditrice nel vero senso
della parola, non perché pensasse di abbandonare la sua gente, aveva giurato che non avrebbe voltato le
spalle alle responsabilità che aveva, ma perché era consapevole di illudere quel povero ragazzo che
aveva già sofferto enormemente. L’amore tra i Prescelti era eterno e totalitario, sapeva bene quanto
grande fosse il dolore per un amore così a causa dei suoi sentimenti per Aidan, anche se tra loro non
esisteva l’amore dei Prescelti era convinta che ciò che provava per lui andasse molto oltre. Si sentì un
vero mostro al pensiero della delusione devastante che avrebbe dato a Tamnais, ma non avrebbe mai
potuto recitare per l’eternità, non ce l’avrebbe fatta.
Quando la cerimonia finì, andarono a congratularsi con gli sposi, ma ci fu tempo per scambiare
solo poche parole: tutti scalpitavano per avvicinarsi ai festeggiati e soprattutto per vedere da vicino la
nuova Sovrintendente. Celine sapeva che, entro pochi giorni, ci sarebbe stata la cerimonia per Ailie,
aveva dato il suo benestare e concesso ad Ache di prendere parte a quel giorno così importante per sua
sorella.
Subito dopo le celebrazioni si trasferirono nella grande sala in cima al castello. Celine la
adorava, ricordava ancora l’impressione che le aveva fatto la prima volta che c’era stata. Il sole era già
svanito e in cielo le scie luminose vorticavano rapidamente. Era come essere sospesi nel nulla e avere
la sensazione di poter toccare con mano le luci del Nord. L’illuminazione, come la volta precedente,
era volutamente bassa per dare maggior risalto a quei giochi della natura.
Terminato il banchetto, si aprirono le danze e molte persone si fecero avanti per incontrare
Tamnais di persona. Lei era conosciuta, ma lui rappresentava il coronamento delle speranze di tutti.
Finalmente si ritrovarono vicini ad Ailie e Maheloas che si fermarono immediatamente per
dedicare loro le dovute attenzioni.
«Scusate, ma prima sarebbe stato impossibile parlare più di pochi secondi», disse Maheloas.
«Non c’è niente di cui scusarsi, è il vostro gran giorno. Sono davvero felice di conoscervi,
Sovrintendente. Celine mi ha parlato benissimo di voi», si presentò Tamnais, porgendogli la mano.
«L’onore è mio», rispose Maheloas.
«Deve essere fantastico, Celine! È una cosa così romantica, sarai al settimo cielo per l’arrivo di
Tamnais, finalmente il tuo cuore può dormire sonni tranquilli, ha trovato casa, proprio come il mio»,
trillò Ailie entusiasta.
Celine si disse che probabilmente doveva essere anche un po’ brilla e ringraziò il cielo che non
avesse menzionato, in presenza di Tamnais, le confidenze che le aveva fatto quando era convinta che
lei fosse un ostacolo per il suo amore con Maheloas.
«Sì, è bellissimo», replicò Celine, sorridendo.
«Tutto qui? Che cosa si prova ad aver trovato il proprio compagno? Sono curiosissima,
insomma… Scusa se sono indiscreta, ma ho studiato il vostro legame a scuola meno di un anno fa.
Perdonami, oggi forse sono un po’ troppo su di giri», proseguì Ailie.
«Non scusarti, sei così spontanea», le sorrise Tamnais, «penso che Celine sarà felice di
risponderti, altrimenti potrei farlo io».
«Mi piacerebbe sentirlo da lei, la conosco da più tempo, da quando tu ancora non c’eri, da
quando si chiedeva se saresti mai arrivato…».
«Va bene, Ailie, non sei stata indiscreta, ti dirò tutto quello che vuoi», la interruppe svelta
Celine, perché temeva che le sfuggisse di bocca qualcosa di poco opportuno.
«Mi aspettavi? Parlavi già di me?», la scrutò Tamnais con una luce dolce nello sguardo.
Celine annuì, sentendosi un verme. Avvertì lo sguardo di Maheloas, lui sapeva che stava
mentendo, che quando pensava al Prescelto si augurava non giungesse mai.
«Allora? Dai, sono emozionatissima, voglio sapere!», la incitò Ailie.
Celine posò lo sguardo su di lei per iniziare a sparare una sequela di frottole, non aveva il
coraggio di guardare Maheloas. Poi scorse alle sue spalle una testa bionda e si sentì mancare: Aidan era
dietro di loro, avrebbe udito ogni singola parola pronunciata. Ailie, gli occhi carichi di aspettativa, la
guardò in attesa. Tamnais le strinse la mano, come per incoraggiarla a parlare. Non poteva restare in
silenzio.
«È difficile esprimere a parole cosa prova il cuore quando posi per la prima volta gli occhi sulla
persona alla quale sai di appartenere…», iniziò esitante.
Fissò la nuca di Aidan alle spalle di Ailie.
“Perdonami!”, urlò con la mente.
«È come un terremoto, non saprei come meglio definirlo, come se il tuo cuore fino a quel
momento fosse stato morto. Poi incontri i suoi occhi e qualcosa si accende dentro, hai il primo lampo di
riconoscimento e un attimo dopo sei perso».
Aidan iniziò ad allontanarsi, ma lei non aveva ancora finito, doveva andare avanti.
“Perdonami!”, un grido silenzioso.
«È stato come fare il primo respiro, come aver guardato la prima alba…».
“Perdonami!”, continuò la sua mente volta verso quella schiena che si allontanava.
«Come se mi fossi resa conto in quell’esatto istante di essere viva», proseguì imperterrita per la
gioia di Ailie.
“Perdonami!”, ripeté instancabile verso colui che amava davvero.
«Senti i tuoi occhi che si dilatano, la bocca dello stomaco che si stringe e le emozioni ti
travolgono tutte insieme, ti sembra di scoppiare…».
“Perdonami!”, proseguì il suo lamento verso colui che non raggiungeva nemmeno più con lo
sguardo.
«In quell’esatto istante lo sai dentro, lo senti: fino all’ultimo respiro non smetterai mai di amare
quella persona», terminò, sentendosi svuotata. Ogni singola parola l’aveva detta pensando ad Aidan,
per Aidan, rammentando la prima volta che lo aveva visto. Era l’unico modo in cui riusciva a
manifestare sentimenti verso Tamnais: quando lo baciava, quando gli diceva qualcosa di profondo,
quando si stringeva a lui, immaginava di parlare, stringere e baciare Aidan.
La porta della grande sala si richiuse, non poteva sentirne il rumore con tutta quella confusione
ma l’aveva vista da lontano. Aidan era uscito e non le aveva risposto.
«Ti senti bene, Celine?», chiese Maheloas.
«Sì, perché?», spostò l’attenzione su di lui.
«Avevi lo sguardo allucinato: eri voltata verso Ailie, ma sembrava che non la vedessi», replicò
lui perplesso.
«Scusami, mi sono distratta a osservare i giochi di luce fuori dalla finestra mentre parlavo,
devono avermi ipnotizzata. Non ci ero più abituata e in questa sala è impossibile non vederli, credo mi
serva un po’ d’aria», inventò Celine per nascondere ciò che stava facendo davvero.
«Ti accompagno sulla terrazza», si offrì immediatamente Tamnais.
«Godetevi la festa, ci penso io. Vorrei discutere un secondo con Celine di una sorpresa per la
mia sposa, sempre se non è un problema per voi», s’intromise Maheloas.
Celine gliene fu silenziosamente grata, in quel momento l’ultima cosa che desiderava era stare
da sola con Tamnais o sarebbe scoppiata.
«Ma certo, fate pure», acconsentì Tamnais.
Quando furono sul terrazzo, Maheloas andò dritto al sodo.
«Stai bene?», chiese immediatamente.
«Certo», si affrettò a rispondere.
«Va tutto bene con Tamnais? Voglio dire, mi dispiace per l’invadenza di Ailie, so cosa provavi
fino a poco fa per Aidan e immagino che tu non voglia renderlo partecipe della cosa», tentò lui senza
tanti giri di parole.
Celine fissò lo sguardo nel suo, era sinceramente preoccupato: lui sapeva. Tutto il peso della
solitudine che aveva patito in quelle settimane sembrò piombarle addosso, quello sguardo gentile la
confortò e la fece sentire debole al contempo. Il desiderio di dirgli la verità fu schiacciante. Avrebbe
voluto confidarsi con Maheloas, dirgli tutto, lui avrebbe capito, non l’avrebbe giudicata. Era, però,
anche uno dei Sovrintendenti, si era appena sposato, aveva diritto a essere felice e a non essere
immischiato nei suoi problemi. Il fatto che non amasse Tamnais per davvero non era un peso che
poteva mettere sulle spalle di un’altra persona.
«Non preoccuparti, come ho appena detto alla tua novella sposa si tratta di un amore totalitario.
So che ci siamo conosciuti prima e allora il mio cuore la pensava differentemente. Hai ragione, non
desidero che Tamnais sappia. Nonostante Aidan non significhi più niente per me, è uno dei miei
migliori guerrieri e gli sono grata per tutto ciò che ha fatto e continuerà a fare. Non voglio creargli
alcun problema», chiarì.
Maheloas la fissò perplesso, era più difficile ingannare lui rispetto a Buonia. Forse perché la sua
amica, dal cuore troppo puro, non pensava mai male di nessuno e non le era nemmeno passato per la
testa che potesse averle mentito.
«Non vorrei sembrarti invadente, ma mi sembra impossibile crederci, Celine. I tuoi occhi prima
mi hanno spaventato, sembravano disperati», non le diede tregua.
Ci aveva visto lungo, lui aveva capito. Anche se non poteva sapere dei loro medaglioni e del
dono che concedevano, aveva sentito lo stesso la disperazione del suo grido interiore, gliel’aveva letta
nello sguardo.
«Come ti ho già spiegato mi ero persa a fissare i nastri colorati che increspano il cielo, ma sto
bene davvero. Nel momento esatto in cui Tamnais si è risvegliato mi è sembrato lo facesse anche il mio
cuore, è difficile da spiegare, nemmeno io ci avrei creduto fino a qualche settimana fa», si sforzò di
sorridere all’amico nel tentativo di ingannare anche lui.
«Certo, scusami. Hai ragione, sembra quasi impossibile, ma immagino che la Profezia abbia
spazzato via tutto il resto. Adesso toccherà inventarsi qualcosa per coprire la bugia che ho detto prima,
altrimenti Tamnais penserà che appena sposato volessi provarci con la Regina», scherzò Maheloas.
Celine si lasciò sfuggire una risata. le piaceva Maheloas, la sua amicizia, la sua compagnia, le
era piaciuto dal primo momento in cui ci aveva parlato a quattr’occhi.
«Una settimana di viaggio di nozze per te e la tua sposa al castello di Gallaibh? Che cosa ne
dici? Tornerete indietro con Acheflow ed Hewie dopo la cerimonia della carica di Sovrintendente di
Ailie. Penso che tuo padre e tua madre si possano occupare del Regno per sette giorni e tu potrai godere
per un po’ della primavera nella Capitale», propose Celine.
«Mi sembra fuori luogo fare una vacanza proprio mentre voi partirete per il Regno della Terra»,
obiettò lui.
«Ci andremo lo stesso, sia che voi restiate qui sia che partiate. Penso che non farà male a
nessuno vedervi per una settimana nella Capitale; inoltre usando il portale non ci sarà nessun pericolo»,
insisté Celine.
«D’accordo. Grazie», accettò Maheloas.
Celine si diresse verso la porta finestra, ma lui la fermò prendendola per il polso.
«Aspetta, Celine, ancora una cosa. Se dovessi aver bisogno di un amico, di qualcuno con cui
parlare, sappi che io per te ci sarò sempre. Sposato o no, Sovrintendente o no, io per te sarò sempre
disponibile e cercherò di fare il tuo bene», sondò il suo sguardo lui.
Celine pensò che non avesse creduto a una parola di quello che gli aveva detto, ma lei aveva
fatto il suo dovere.
«Te ne sono grata, vale lo stesso per me. Sei davvero un caro amico, forse il migliore che abbia
mai avuto, dopo Buonia naturalmente», sorrise lei.
Maheloas fece un cenno d’assenso con la testa e in breve rientrarono nella sala affollata.
Era dovuto uscire da lì, non gli bastava allontanarsi e non ascoltare, non era sufficiente. Temeva
le sue reazioni e cosa avrebbe potuto fare. Nei giorni passati si era tenuto alla larga dal Castello più che
poteva perché, anche se sapeva che Celine lo amava, gli faceva male vederla con lui. Era stato
obbligato a prendere parte al matrimonio. Pensava che sarebbe stato meno doloroso, ma le emozioni
erano sempre le stesse.
Presto sarebbe andata peggio: la spedizione era imminente e se li sarebbe trovati davanti tutti i
giorni, avrebbe dovuto darsi una calmata se voleva che ciò che provava passasse inosservato. Non ce
l'aveva fatta a rispondere a Celine, era troppo doloroso sentirle dire quelle cose in riferimento a un
altro. Aveva sentito montare nelle viscere l'odio per Tamnais, proprio come se gli si fosse acceso un
fuoco dentro.
«Tutto a posto?», interruppe i suoi pensieri Aengus.
«Sicuro», replicò lui sarcastico.
«Ti sono venuto dietro appena ti ho visto allontanarti. Che cosa è successo?», volle sapere
l’amico.
«Niente… Ailie ha voluto che Celine le raccontasse com’era stato travolto il suo cuore dai
sentimenti che prova per il Prescelto. Non riuscivo a stare lì ad ascoltare, è troppo difficile», replicò
sinceramente.
Al suo amico quello poteva anche dirlo, l’importante era che lui non sapesse che Celine lo
ricambiava ancora.
«Lo comprendo, ma devi abituarti. Tra poco partiremo, forse hai fatto male a tenerti alla larga
dal Palazzo», osservò Aengus.
Aidan si perse nei suoi pensieri.
“Aveva fatto male? Forse sì, forse se non si fosse ostinato nel tentare di vederli il meno
possibile si sarebbe infuriato meno, forse avrebbe sofferto meno”.
Si abbandonò a un lungo sospiro e si diede dello stupido: Celine, mentre parlava, aveva
invocato più e più volte il suo perdono. Non era possibile che fosse innamorata di Tamnais, eppure
quella dichiarazione d’amore sembrava vera. Lo aveva ferito.
Aveva la mente affollata da dubbi, quella richiesta di perdono poteva anche voler dire altro,
magari si stava scusando perché non lo amava più. Si prese la testa fra le mani portandosele alle
orecchie, come se tappandosele potesse impedirsi di ascoltare i propri pensieri.
Aengus gli fu subito accanto.
«Devo portarti via?», chiese preoccupato.
Angosciato dai suoi turbamenti si era quasi dimenticato della presenza dell’amico: doveva
ricomporsi, non poteva raccontargli tutto, non poteva dirgli ciò che Celine gli aveva detto e che
ascoltare quelle parole lo aveva gettato nei dubbi.
«Presto starò bene, rientra. Ho solo bisogno di stare da solo per qualche minuto», tentò di
tranquillizzarlo.
«È buffo, anche Celine sembra che non si sia sentita bene, ha chiesto di uscire sulla terrazza e
Maheloas l’ha accompagnata», spiegò Aengus, studiandolo.
«Fa molto caldo lì dentro, c’è tanta gente», gli fece notare.
«Sei sicuro che posso lasciarti solo?», domandò ancora.
«Certo. Torna da Bhirginia, io starò bene», sorrise, sedendosi su una poltrona nel corridoio.
Una volta solo, fu nuovamente assalito dai pensieri. Era stato stupido a non rispondere a Celine,
se lo avesse fatto non avrebbe avuto dubbi sul significato di quella richiesta di perdono. Era stato
ancora più sciocco non frequentare il palazzo, non tenerli d’occhio: osservandoli sarebbe stato
consapevole di cosa provasse davvero Celine. Si diede dello stolto per quei dubbi, lei gli aveva detto
che la Profezia non aveva funzionato, che lo amava, che contava su di lui e il suo aiuto, ma si stava già
disperando. Le diede mentalmente ragione ancora una volta. Celine ci aveva visto giusto: sapeva che
lui avrebbe potuto cedere. Gli mancava da morire poterle parlare liberamente, poterla stringere e averla
per sé.
Rientrò nella sala. Tutti sembravano felici, Tamnais era sempre attorniato da persone che
volevano toccare con mano il Prescelto. Ancora una volta fu assalito da pensieri contrastanti, forse non
era Celine ad avere qualcosa di rotto ma lui, perché se lui fosse stato quello giusto, se fosse stato
corretto, puro come lo dovevano essere i Prescelti, avrebbe sempre finto di non ricambiarla, quanto
meno in quel frangente avrebbe avuto la forza di porre fine a tutto. Si sarebbe dovuto togliere il
medaglione, avrebbe dovuto smettere di auspicare di parlarle da solo, di anelare che lei lo volesse
ancora, avrebbe dovuto pensare al bene di tutti e non solo al suo. Forse era proprio per quello che gli
Spiriti lo avevano scartato e vedendosi sotto quella nuova luce non poteva certo dare loro torto.
Capitolo 3 La prova di Adraste
Sabato 28 aprile
Buonia era stanca, la giornata precedente era stata impegnativa, i festeggiamenti per le nozze di
Ailie e Maheloas si erano protratti fino a tardi e quel mattino si era dovuta alzare all’alba. Adraste
avrebbe affrontato la prova di rigenerazione e un brivido di paura la percorse al pensiero. Era sciocco,
soprattutto perché l’aveva sostenuta, ma temeva per la vita della cugina. Le sembrava che Adraste
stesse affrontando la cosa come se fosse una gara e temeva che non si fosse preparata a dovere.
Tuttavia, mentre camminava a passo spedito per le vie di Gallaibh ancora deserte, decise di tenere quei
pensieri per sé.
Ricordava come Celine avesse affrontato la sua prova: le aveva infuso coraggio, l’aveva
convinta di essere degna e capace. Lei avrebbe fatto lo stesso con la cugina, porle domande sul suo
modo di agire o instillarle dubbi non era certo il modo migliore per accompagnarla al Tempio della
Rigenerazione. Ripensare all’amica le diede una fitta di dolore. Le sembrava quasi impossibile che la
persona sentita più vicina e complice in tutta la sua vita fosse così distante, le loro menti viaggiavano
su frequenze differenti e non riuscivano più a sintonizzarsi.
Bussò alla porta di Adraste; la cugina era già sveglia e sembrava eccitatissima, per l’occasione
si era cucita un abito di impalpabile velo celeste, l’accarezzava come la corolla di un fiore esaltando i
suoi occhi e l’incarnato delicato.
«Non ci posso credere, da oggi anche io sarò come te. Kenina non potrà più dormire sonni
tranquilli, avrà una rivale eterna, non una povera tessitrice che sfiorirà con gli anni», disse sua cugina,
rimirandosi nello specchio.
Buonia fu nuovamente attraversata dalle preoccupazioni che aveva avuto recandosi lì. La
cugina, che inizialmente aveva deciso di rigenerarsi per ben altri motivi, sembrava vivere tutto come
una competizione con la giovane figlia dei Sovrintendenti del Regno del Fuoco.
«Hai parlato anche di un’altra sorpresa», lasciò cadere per cambiare argomento, sforzandosi di
non riprenderla.
«Sì, è vero. Lo so, ti aspetti che te ne parli ma vorrei tenerlo per me ancora per un po'. Buonia,
sarai così orgogliosa di me. Io e te siamo la dimostrazione vivente che i residenti possono dare molto,
anche più dei laoich», replicò sua cugina.
«I laoich, da secoli, mettono a repentaglio le loro vite per proteggerci, Adraste. Se non ci
fossero loro, con i soli nostri poteri saremmo spacciati. Io sono mesi che posso rigenerarmi, ma il mio
potere è sempre e comunque flebile, non potrei mai affrontare i nemici», tentò di farla ragionare.
«Sicuro, ma chi ha inventato la pozione per curare Brian? Chi ha trovato una cura
all’incurabile? Chi, con il sangue di Celine, ha pensato a una pozione per purificare i fiumi? Sei stata
tu. A nessuno di loro sarebbe venuto in mente niente del genere».
Buonia si sgridò mentalmente per la sua debolezza. Aveva raccontato ad Adraste la verità sulla
pozione che aveva salvato la vita a Brian. Non desiderava meriti o riconoscimenti pubblici, ma aveva
sentito il bisogno di farlo sapere a qualcuno che non facesse parte della sua famiglia, come Celine e
Caswyn, o che non le fosse grato per dovere, come Mavi e Brian. Alla luce dei pensieri di Adraste,
però, era pentita. Pareva che la cugina lo avesse preso come un modo per dimostrare la superiorità dei
residenti e Buonia non aveva di quei pensieri, non si sentiva superiore a nessuno. Abbracciava il modo
di Celine di vedere le cose: erano tutti sullo stesso piano, quella non era una guerra tra residenti e
guerrieri, ne andava della loro sopravvivenza, non potevano esistere gli uni senza gli altri. Lo disse alla
cugina cercando di infonderle il buon senso che la ragazza pareva aver perso per strada.
«Sarà anche vero, ma in tutti questi anni ci hanno fatto sempre sentire così inferiori. Non sono
la sola a pensarla così, credimi», replicò Adraste.
«Adraste, non voglio che mia cugina sia in testa a una rivolta o qualcosa del genere. Celine lotta
sin da quando è stata incoronata per l’uguaglianza, quello è il meglio cui possiamo auspicare. Non
andartene in giro a fomentare le persone con strane idee. Ricordati che io sono la moglie di Caswyn,
vivo a palazzo e sono vicina alla Regina: non voglio si dica in giro che mia cugina instilla nel popolo
idee rivoluzionarie», l’ammonì Buonia.
«Va bene, va bene. Mi taglierò la lingua. A proposito di Celine, come mai non è qui? Mi
aspettavo di vederla con te, visto il vostro legame. Si è forse schierata dalla parte di Kenina?», chiese
Adraste.
Buonia si stizzì. Aveva già abbastanza problemi e le dava fastidio Adraste sembrasse vedere
tutto come una gara tra lei e la giovane guerriera del Fuoco.
«Celine non poteva venire oggi, non è dipeso da lei», replicò seccata.
Adraste la fissò dubbiosa, quindi si sforzò di fornire ulteriori spiegazioni.
«Morwenna, poiché Tamnais sembra essere a buon punto, a breve darà il via alla preparazione
per la partenza. Domani ci sarà una riunione preliminare per decidere se selezionare qualcuno in
sostituzione di Kaina come guaritrice. Siccome le cose acquisiranno un ritmo serrato, ha programmato
per oggi una visita di Tamnais alle istituzioni di Gallaibh, proprio come aveva fatto Celine poco dopo il
suo arrivo qui», chiarì.
«Capisco. Immagino che ora, con Tamnais sempre presente, non potrà più fare come crede. Mi
rincresce che sia stata obbligata a non partecipare oggi. Mi sarebbe piaciuto che ci fosse, in fondo è
stata lei a garantirmi i migliori insegnanti per la prova», rispose Adraste.
Buonia cambiò argomento, non le andava di parlare dell’amica con la cugina. Adraste
nell’ultimo periodo era sin troppo competitiva: se le fosse scappato qualcosa e le avesse detto che si
sentiva tagliata fuori dalla vita di Celine, rischiava davvero che la cugina, mentre erano in viaggio per il
Regno della Terra, organizzasse la rivolta dei saoranaich a Gallaibh.
Quando giunsero al Tempio, Adraste fu presa in consegna dai Maestri proprio come quando era
toccato a lei. Buonia si guardò intorno: i loro amici erano già tutti lì riuniti. Raggiunse il marito,
prendendo posto accanto a lui.
«Pensavo che Celine venisse con te», la accolse Caswyn al suo arrivo.
«Celine nemmeno sa che la prova di Adraste è oggi, non ci sarà neppure questa sera alla festa»,
replicò Buonia.
«Come mai non glielo hai detto?», la interrogò Caswyn perplesso.
«Oggi era in giro con Tamnais e Morwenna per visitare le istituzioni…», iniziò a spiegare
Buonia.
«Andiamo, Buonia, sai benissimo che avrebbe partecipato», la rimproverò Caswyn.
«Sì, ma avrebbe dovuto scombinare i piani di tua madre per i giri di Tamnais e magari avrebbe
trasformato questa cerimonia in un evento portando qui entrambi i Prescelti. Non volevo che Adraste si
trovasse al Tempio una folla esagerata ed entrasse in agitazione. Questa sera non sarebbe stato carino
invitarla poiché ci sarà anche Aidan. Penso che lui abbia più diritto di passare una serata spensierata,
visto che domani inizieremo a riunirci per la partenza. Per lei le cose sono cambiate da un momento
all’altro, per lui no per cui vorrei che almeno si sentisse a suo agio e passasse del tempo in allegria», si
rabbuiò Buonia.
«Non mi avevi detto che lui sembrava averla presa quasi meno peggio di te?», la pungolò
Caswyn.
«Aidan è troppo ligio al dovere e trattiene le emozioni. È da ammirare, non nutre la minima
acrimonia per lei. Soffre, però, e anche molto», chiarì Buonia.
Il marito fece un sospiro.
«Buonia, Celine è mia nipote, è la Regina ed è anche la tua più cara amica. Trova un equilibrio
nuovo o starai male anche tu», la esortò Caswyn.
Stava per replicare che ci avrebbe provato, se solo Celine non le fosse sempre sembrata sotto
l’influsso di una qualche droga che la faceva sempre apparire allegrissima e su di giri, ma le luci si
accesero. La prova stava per iniziare.
Murchadh era teso e preoccupato, al suo fianco era presente Kenina. Gli sembrava una
situazione grottesca: una delle due donne che facevano parte della sua vita era lì ad assistere alla prova
di rigenerazione dell’altra, eppure stava accadendo. In quei giorni aveva provato una grande
confusione. Si era posto più volte la fatidica domanda: a quale delle due rinunciare? La risposta non gli
era chiara per niente, se almeno gli fosse venuto in mente un motivo per il quale mettere fine ai rapporti
con una delle due sarebbe stato già qualcosa, ma non gli si era presentato nessun appiglio. Inoltre non
lo trovava giusto perché la scelta sarebbe dovuta dipendere dall'amore che provava. Sapeva che non
poteva amare due donne contemporaneamente.
In quei giorni si era diviso in due, per non trascurare né l’una né l’altra. Trascorreva le giornate
con Kenina, si beava della sua vitalità e irruenza. Grazie a ciò che avevano condiviso ancora prima di
rientrare, prima che lui sapesse che in realtà Adraste lo ricambiava, il loro rapporto era basato anche su
un approccio fisico. Da quando erano rientrati aveva cercato di astenersi, gli sembrava quasi di usarla,
eppure non riusciva a fare a meno di passare la notte a letto con lei. Poi si svegliava al mattino,
trovandola abbracciata a lui, e pensava di aver sbagliato ancora una volta. Sapeva che non era giusto e
non avrebbe dovuto condividere quel tipo di rapporto né con l'una né con l’altra. Almeno fino a quando
non avesse preso una decisione.
La sera, quando Adraste non lavorava, stava con lei. Mangiavano insieme nella sua piccola
casetta e parlavano molto. Lei si era scusata innumerevoli volte per avergli taciuto ciò che provava e
quali fossero i suoi intenti. Murch non riusciva a capire se fosse così pentita perché si ritrovava una
rivale o se lo fosse perché si era resa conto che era stato uno sbaglio tagliarlo fuori dalla sua vita.
Kenina, non aveva mai provato a tagliarlo fuori, anche quando aveva scoperto la sua lettera non era
fuggita amareggiata tenendoselo per sé, l’aveva affrontato.
In quel momento era stato sincero, aveva davvero pensato che ciò che aveva scritto ad Adraste
fossero un cumulo di sciocchezze. Quando era tornato a Gallaibh, però, rivedendola e scoprendo che
lei lo amava e stava studiando per essere degna di lui, non aveva potuto fare a meno di entrare in
confusione. Tutto il tempo che aveva trascorso nel Regno dell’Aria era stato speso pensandole,
scrivendole, desiderando rivederla ogni giorno di più. Rientrato nella Capitale, l’aveva trovata fredda e
scostante; ferito era ripartito e lì aveva incontrato Kenina. Non le aveva mai mentito, inizialmente era
stato semplicemente attratto dalla sua bellezza, ma quando aveva iniziato a conoscerla meglio si era
reso conto che averla accanto lo faceva stare bene, lo rendeva vivo.
La sera precedente l’aveva passata con Adraste, appena rientrato dal matrimonio si era recato da
lei. Gli era sembrata serena e la cosa lo aveva rincuorato, poi si era fatta diversa dal solito: da timida e
riservata era diventata quasi sfrontata. Poco dopo si erano accomodati sul divano, gli si era seduta in
braccio e lo aveva baciato in un modo che gli aveva fatto chiaramente capire cosa volesse, tuttavia lui
non se l’era sentita.
Aveva fatto la scelta giusta?
In quel momento, mentre lei recitava il suo giuramento e rischiava di morire, quella domanda
gli martellò nel cervello. Non aveva voluto, anche se sapeva che il giorno dopo avrebbe rischiato di
morire, non gli era sembrata una buona scusante per andare a letto con lei. Adraste non era come
Kenina, e gli sembrava che avesse cercato di imitarla, infatti quando lui non aveva raccolto la
provocazione lei non si era spinta oltre, mentre Kenina difficilmente si tirava indietro. Questo aveva
stonato. Gli era parso quasi come se Adraste, anziché volerlo davvero, stesse cercando di emulare il
comportamento dell'altra. I motivi per cui si era sentito attratto da lei erano ben diversi, non voleva che
si sentisse in dovere di cambiare.
Perso in quei pensieri realizzò all’improvviso che il raggio si era acceso e che di lì a pochi
attimi avrebbe saputo se Adraste fosse davvero in grado di rigenerarsi o se sarebbe morta. Kenina,
accanto a lui, gli stritolò la mano, aveva gli occhi fissi sulla rivale e sembrava preoccupatissima. In un
primo momento la cosa lo stupì, poi comprese: a nessuno sarebbe piaciuto avere, nel bel mezzo della
propria relazione, lo spettro di un fantasma con cui fare i conti. Murchadh percepì per prima cosa
l’applauso eccitato, solo dopo si accorse che il raggio si era spento e Adraste era ancora in piedi.
Inspirando di botto, si rese conto di aver trattenuto a lungo il respiro.
Vide Buonia e Caswyn avvicinarsi rapidamente ad Adraste avvolgendola, poi anche gli altri,
lentamente, andarono verso di lei.
«Se vuoi andare, vai. Ti aspetto fuori», lo incoraggiò Kenina.
Lui la guardò indeciso su come comportarsi.
«Vai, Murch, non hai bisogno di fingere con me, è naturale che tu ti voglia congratulare», lo
sollecitò.
«Grazie, perché non vieni anche tu?», domandò.
«Non credo che ad Adraste faranno piacere le mie congratulazioni, né che io sia qui. È la sua
giornata, non è nei miei desideri rovinarla. Adesso vai, prima che si accorga che ancora non ti sei
avvicinato», replicò Kenina, poi gli fece un sorriso e si diresse verso l’uscita del Tempio.
Murch era sempre più confuso, non comprendeva cosa avesse potuto fare per meritarsi tanta
bontà.
Quando raggiunse Adraste, lei gli gettò le braccia al collo e in quel momento fu felice che
Kenina fosse uscita, ma si vergognò di quel pensiero. Se si fosse arrabbiata, sarebbe stato giusto.
«Non mi dai un bacio?», domandò lei, gli occhi che brillavano dalla gioia.
Murch si sentì per la prima volta davvero in imbarazzo. Di solito con Adraste passava le serate
da solo, mentre con Kenina lo avevano visto tutti. Si vergognò soprattutto per il dolore di Aidan: il suo
amico non poteva più avere la persona che amava, mentre lui indugiava tra due. Ciononostante baciò
Adraste, rifiutarsi l’avrebbe ferita e non desiderava certo offenderla. Aveva appena rischiato di morire
solo per poter stare con lui. Anche quello era un gran peso: aveva intrapreso il percorso della
rigenerazione pensando a un futuro con lui, ma non sapeva più se poteva garantirglielo.
Buonia si fece avanti, prendendo a braccetto la cugina.
«Adesso ci aspetta un pranzo tutto per noi, poi ci prepareremo per la festa di questa sera», disse
allegra.
In quel momento Murch realizzò che non c’era Celine. In breve tutti uscirono dal Tempio;
guardò lo spiazzo alla ricerca di Kenina, ma non la vide. Lo trovò lei, proprio appena si richiuse la
porta della carrozza che avrebbe condotto Adraste al castello insieme a Buonia e Caswyn.
«Mi sono tenuta da parte», rispose alla sua espressione stupita.
«Non ti merito e non merito nemmeno lei», replicò lui, rabbuiandosi.
«Mi hai sempre detto della sua esistenza, non hai niente di cui rammaricarti, ho deciso di
affrontare questa storia consapevole dei rischi», osservò Kenina. «Ma Celine non c’era oppure non l’ho
vista io?», aggiunse poi.
«No, non c’era. Anche io l’ho notato», replicò Murch, colto in contropiede da quel cambio
repentino di argomento.
«Pensi che non sia stata invitata?», domandò Kenina perplessa.
«Forse Buonia ha pensato che la sua presenza potesse turbare Aidan, o magari aveva qualche
impegno», si strinse nelle spalle Murch che non aveva idea del perché la Regina non ci fosse.
«Be', se è stato perché è un elemento sgradito, lo scoprirai alla festa», rispose Kenina.
La frase era chiaramente rivolta al fatto che lei, ovviamente, non era stata invitata, ma non c’era
acrimonia, sembrava più che scherzasse, tuttavia lo fece sentire in colpa lo stesso.
«Mi dispiace», disse, non sapendo cos’altro aggiungere.
«Non sei mica tu a non avermi voluto. Pensi davvero sia così infantile da avercela con te per
questo? Era ovvio Adraste non mi volesse a una festa a casa sua. Non pensarci più e cerca di divertirti»,
lo tranquillizzò Kenina.
«Sei vera?», domandò lui senza riuscire a trattenersi.
«Sì, lo sono. Semplicemente so che ci vuoi andare, che volevi lei da ancora prima di
conoscermi, che se ti dicessi di non andarci ti obbligherei a scegliere chi deludere. A me non interessa
che tu scelga o no di andare a una stupida festa, né di sapere se la baci o se fai l’amore anche con lei.
Mi interessa che tu scelga me per sempre. Non intendo passare il poco tempo che abbiamo a litigare: a
breve non sarà più un problema perché partiremo e lei rimarrà qui», fu la sincera replica di Kenina.
Murch la scrutò con attenzione, cercò un’ombra di menzogna nelle sue parole, ma non ne trovò.
«Adesso basta parlare di Adraste, o finirò per innamorarmi di lei».
Murch non poté fare a meno di accontentarla, senza avere la più pallida idea di cosa dover fare
a lungo termine.
Era stata una giornata interminabile per Celine. Morwenna in persona aveva voluto organizzare
il giro di Gallaibh per Tamnais e si era trasformato in un evento.
Rammentava ancora il giro che aveva fatto lei con Buonia a dicembre, molto più vivo e
caratteristico; ricordava la sorpresa sui volti delle persone dalle quali si era presentata. Non era stato
questo il caso. Ovunque si fossero recati c’erano striscioni che inneggiavano ai Prescelti, tutto era stato
tirato a lucido in un modo da far sembrare i luoghi finti, persino i disegni alle pareti: Celine
rammentava di aver visto, mesi prima, le opere dei bambini, ma i disegni meno belli erano stati rimossi
per dare spazio a quelli ben fatti. Le era parso tutto offuscato da una patina di finzione, da un’idea di
perfezione forzata che tutti volevano dare loro. Era stato brutto. Aveva preferito l’atmosfera che c’era
quando vi si era recata lei a sorpresa: era già tutto magico, perfetto, non c’era bisogno che qualcuno si
desse da fare per renderlo costruito.
Non ne aveva fatto parola, però. Sua nonna sembrava felicissima e orgogliosa, mentre Tamnais
sorrideva come un bambino. Essendo la sua prima visita, non vedeva il luogo con gli stessi occhi con
cui lo osservava lei e ne era assolutamente affascinato. Pensare a come aveva vissuto tutti quegli anni le
diede i brividi e le fece comprendere che sarebbe stato assolutamente fuori luogo commentare
negativamente, gli avrebbe rovinato la visita. Non sarebbe stato giusto attaccare una sequela di critiche
e guastare la giornata a Tamnais.
Non vedeva l’ora che fosse sera per incontrare Buonia. Dopo cena le avrebbe chiesto di parlare
un po’, voleva farla ridere narrandole di come i vari capi delle scuole avevano reagito alla visita, era
certa che l’amica avrebbe apprezzato le frecciatine su Ciardha che le erano venute in mente. Tuttavia,
quando entrò nella sala da pranzo per cena, trovò solo sua nonna e Tamnais.
Appena prese posto, una cameriera iniziò a servirli.
«Non aspettiamo Buonia e Caswyn?», domandò perplessa.
«Non ci sono, cara. Torneranno più tardi», spiegò Morwenna.
«Si sono presi una serata romantica prima dell’inizio delle riunioni per la partenza?», indagò
Celine, curiosa e felice che l’amica avesse finalmente iniziato a mettere da parte il dovere ogni tanto.
«No. Sono da Adraste. Oggi ha superato la prova di rigenerazione, a casa sua c’è una festa»,
spiegò Morwenna.
Celine rimase senza parole. Avrebbe affrontato Buonia, non le avrebbe certo rinfacciato di non
averla invitata, ma desiderava guardarla in faccia mentre glielo faceva notare prendendola alla larga
dalle recriminazioni. La ferì essere stata esclusa, acuì il suo senso di solitudine, si rese conto di non
essere gradita alla celebrazione di un evento per il quale si era impegnata in prima persona.
«Celine, sei ammutolita, tutto bene?», la interrogò Tamnais, lo sguardo preoccupato.
«Certo, ma mi dispiace di essermene dimenticata, avrei senz’altro mandato un biglietto ad
Adraste per congratularmi», rispose glissando.
«Non preoccuparti, cara. Oggi avevamo da fare il giro con Tamnais, sono certa che tutti lo
sappiano visto come ci hanno accolto. Adraste avrà certamente compreso che i tuoi impegni vengono
prima. Se vorrai mandarle un biglietto, anche domani, sono certa che ne sarà felice comunque»,
osservò sua nonna.
«Sicuramente», lasciò cadere Celine. Discorso finto più, discorso finto meno, non le faceva
alcuna differenza.
Ormai tutte le discussioni che sosteneva erano chiacchiere vuote. Tutte, tranne quelle che aveva
con Aidan e ormai anche quelle erano un lontano ricordo. Dopo aver parlato dei suoi sentimenti per il
Prescelto si era sentita malissimo. Per non rischiare di attirare ulteriormente l’attenzione di Tamnais sul
suo sguardo vacuo non aveva più tentato di parlare con Aidan durante il matrimonio e lui, di contro,
anche quando era rientrato nella sala non le aveva risposto.
«Credo che andrò a letto. Perdonami se non ti faccio compagnia, Tamnais, ma la giornata mi ha
davvero stancato e domani la riunione sarà lunga», si alzò da tavola Celine.
Desiderava raggiungere la sua stanza e stare in allerta per essere pronta quando Buonia e suo
zio fossero rientrati. Doveva vederci chiaro, voleva capire se davvero Buonia era diventata così
distante.
Era quasi mezzanotte quando udì un chiacchiericcio soffocato nel corridoio, attese di sentir
richiudere la porta nella stanza poi uscì e bussò. Le andò ad aprire Buonia con ancora il mantello
indossato.
«Grazie per la tisana, sei stata rapidissima», esordì. Evidentemente si aspettava di trovarsi
innanzi una cameriera cui aveva ordinato qualcosa, ma sbiancò rendendosi conto che era lei.
«Scusami», disse, «vuoi entrare?», la invitò, facendosi da parte.
Suo zio non si vedeva, poi sentì scorrere l’acqua.
«Ti disturberò per poco, volevo solo chiederti se mi sai indicare quali sono i fiori preferiti da
Adraste. Desideravo mandarle una lettera e un mazzo per congratularmi con lei, ma non ho idea di cosa
le piaccia. Visto che oggi non c’ero, mi sembra il minimo farle avere qualcosa che le sia gradito»,
spiegò Celine, guardando l’amica negli occhi.
Buonia arrossì immediatamente, quell’imbarazzo le chiarì subito l’intenzione dell’amica di non
farle sapere niente della prova della cugina. Non l’aveva voluta Sicuramente Buonia era a conoscenza
dei suoi impegni per la giornata, ma sapeva anche che se le avesse detto dell’evento avrebbe fatto in
modo di prendervi parte, anche solo per starle accanto.
«Adraste ama molto le fresie», rispose Buonia, riacquistando il controllo di sé.
«Ottimo, allora le farò mandare quelle», sorrise Celine, avviandosi verso la porta.
Niente pettegolezzi su Ciardha, niente chiacchiere su quanto si era annoiata in quella visita
rispetto a quando c’era stata con lei, niente complicità, niente amicizia.
«Celine, aspetta...», la fermò Buonia.
«Dimmi pure», si voltò sorpresa.
Buonia si torse le mani nervosamente.
«Mi dispiace di non averti detto di oggi. Morwenna avrebbe fatto il diavolo a quattro perché tu
e Tamnais veniste insieme, Adraste si sarebbe ritrovata al centro di un evento di palazzo. Non
desideravo che alla sua prova ci fosse mezza Gallaibh e non volevo metterti nella posizione di litigare
con tua nonna», si giustificò Buonia.
Quello era di certo uno dei motivi, ma Celine non era certa fosse del tutto vero. Buonia la
conosceva bene e sapeva che lei faceva quasi sempre cosa voleva.
«Se me lo avessi spiegato, avrei fatto in modo di partecipare da sola», rispose.
«Certo, ma avresti dovuto litigare con Morwenna…», obiettò Buonia.
«Come se io non lo faccia già per quasi tutte le mie decisioni», ridacchiò Celine, uno sprizzo
della vecchia complicità nell’aria.
Buonia, però, la fissò perplessa.
«Avresti dovuto deludere Tamnais, mandandolo da solo in giro con Morwenna. Non
preoccuparti, Celine, capisco quanto tu gli sia legata e che ti piaccia fare le cose insieme a lui, so che
non sei più da sola», aggiunse Buonia.
Celine stava per ribattere, ma si morse la lingua. Un attimo prima era caduta in contraddizione:
aveva risposto all’amica come se lei fosse sempre sola e le decisioni dipendessero sempre da lei. In
quel momento realizzò che la riunione per il giorno seguente sarebbe stata la prima nella quale non
sarebbero contate più solo le sue parole, ma anche quelle di qualcun altro.
«Hai ragione, non avrei lasciato Tamnais da solo ad affrontare la giornata, non sarebbe stato
nemmeno bello per il popolo non vederci congiuntamente», rispose, tornando nei ranghi.
«Per questo non ti ho nemmeno detto della festa. C’era anche Aidan… So che tu ami Tamnais e
lo hai dimenticato, che lui si comporta con rispetto delle nostre leggi e fa finta di niente, ma sta male.
Non mi sembrava carino, anche a una festa tra amici, obbligarlo ad vederti. Perdonami, ho dovuto
scegliere. Tu stai bene, sei felice, lui no. Volevo solo regalargli una serata spensierata, prima che i
preparativi per il nuovo viaggio ci travolgano», chiarì Buonia.
Celine fu attraversata da un brivido di dolore. Sapeva che Aidan stava soffrendo. Che gli avesse
detto che lo amava ancora non cambiava il fatto che era obbligato ad osservarla mentre baciava un
altro, mentre gli riservava delle attenzioni, mentre si comportava come se al mondo, per lei, esistesse
soltanto lui. Si riscosse immediatamente, non poteva far trasparire il suo malessere davanti a Buonia: se
l’amica avesse iniziato a sospettare, se fosse venuto a galla qualcosa, ne avrebbe pagato le conseguenze
anche suo zio. Loro non dovevano sapere nulla dell’anomalia, dovevano essere al sicuro.
«Hai fatto bene. Un conto sono gli eventi ufficiali, ma vederlo a una piccola festicciola avrebbe
potuto essere imbarazzante anche per me. Non voglio problemi. Tamnais non ne sa nulla, non desidero
possa avere dell’acrimonia nei confronti di Aidan o che sospetti di qualcosa che per me non esiste più.
Adesso vado a letto, da domani si inizia a lavorare sul serio», si congedò Celine.
Decise che avrebbe smesso di domandarsi delle sorti del suo rapporto con Buonia, lo avrebbe
fatto quando finalmente avrebbe potuto dirle la verità, quando la loro amicizia sarebbe tornata
nuovamente vera. Dire menzogne su menzogne non favoriva certo la complicità e la comprensione tra
le persone. Avrebbe colto quel poco che ancora le poteva essere riservato dal loro rapporto, si sarebbe
confidata sulle cose di cui poteva parlare quando ce ne fosse stata l’occasione, ma per il resto avrebbe
accettato qualsiasi comportamento dell’amica.
Era felice che qualcuno avesse a cuore il benessere di Aidan, non potendoci pensare lei. Lo
conosceva sin troppo bene per non intuire i turbamenti che sicuramente lo attraversavano. Sapere che
c’era qualcun altro che lo teneva d’occhio, e che all’occorrenza poteva stargli accanto, la rasserenava.
Posò la testa sul cuscino, tentando di sgombrare la mente e preparandosi al giorno seguente.
Aidan era in piedi sotto a un enorme albero, tutto intorno era verde. Il tronco era grande e
nodoso. Pioveva così forte che era difficile distinguere alcunché, a parte quell’albero e la figura di lui
voltata di spalle.
«Aidan», lo chiamò incerta.
Lui si girò di scatto, una scintilla di rabbia nel suo sguardo.
«È meglio che tu vada da lui», disse secco.
«Aidan, io… non voglio. Perché fai così?», chiese lei implorante.
«Devi cercare lui, non me. Se ti serve qualcosa è da lui che devi andare, lo sai tu e lo so io. Ma
sei venuta fin qui, dietro di me, e come sempre io mi sono sentito l’unico per te. È un’illusione, Celine,
è a lui che appartieni, che sei sempre appartenuta», le rispose senza guardarla.
«Aidan», invocò il suo nome, tentando di afferrargli una mano.
Il dolore che trasfigurava il suo volto le tolse il respiro.
«Rivivrei ogni attimo di ciò che abbiamo avuto, lo faccio ogni istante nella mia mente, ma
preferirei pagare il prezzo di non averti mai conosciuto che vederti così devastato», sussurrò, le
lacrime che si confondevano con la pioggia di cui ormai era satura.
«Non mi pento di ciò che sento per te, non ti odio poiché mi susciti un amore che non puoi
ricambiare, ma non sopporto che tu cerchi sempre la persona sbagliata, Celine. Io non sono lui e non
posso perdonarti quest’illusione continua», replicò Aidan.
Un orrendo alone nero iniziò a vorticargli attorno, rendendolo quasi invisibile al suo sguardo:
percepiva solo i suoi occhi, luminosi, blu come la laguna di notte.
«Vattene, Celine, non ti avvicinare a me. Mai più. Io non sono ciò che credi, non devi starmi
accanto», la scacciò.
Eppure i suoi occhi le rivelarono qualcos’altro. In quella richiesta non c’era odio, c’era paura.
Celine tentò di avvicinarsi a lui, di sfiorarlo, ma la scansò quasi fosse terrorizzato.
Poi la sua figura iniziò a scomparire.
Celine si svegliò di soprassalto, fuori era ancora buio. Era la prima volta che rammentava uno
degli incubi che in quelle notti l’avevano straziata. Ciò che le fece battere il cuore all’impazzata era,
però, qualcos’altro: ricordò chiaramente di aver già fatto quel sogno. Allora si era svegliata spaventata,
immersa nell’oscurità della miniera nel Regno del Fuoco e sudata marcia, proprio come se fosse stata
davvero sotto la pioggia battente, esattamente come in quel momento. Ricordò di aver pensato di aver
fatto quell’incubo a causa delle paure che le infestavano la mente per l’arrivo del Prescelto e si era
domandata se fosse stato un sogno premonitore.
Avvicinandosi alla finestra e scrutando il cielo che si rischiarava, dal colore dedusse che non
sarebbe stata una giornata di sole. Nonostante sapesse di amare Aidan, aveva fatto nuovamente lo
stesso identico sogno. Era stato un caso? Un brivido l’attraversò da capo a piedi e sobbalzò quando
qualcuno bussò alla porta. Chiese chi fosse e scoprì che si trattava di Tamnais; si ricompose,
preparandosi a fare colazione con lui.
Capitolo 4 Organizzarsi per la partenza
Domenica 29 aprile
La riunione andava avanti da ore, avevano persino pranzato lì dentro. Celine non ne poteva più,
era sfiancata da tutte le volte in cui aveva dovuto mordersi la lingua. Non poteva rifilare a Tamnais le
risposte che dava a sua nonna o ad altri membri del Consiglio, ma soprattutto non era abituata a non
poter decidere da sola. Il ragazzo, contrariamente a lei, era molto più guardingo, proprio come
Morwenna. Inoltre aveva una preoccupazione maniacale per lei, quasi doppia rispetto a quella che
manifestava sua nonna.
Erano a un punto morto e il suo cervello si dibatteva tra il modo di riuscire a far fare al
Consiglio cosa voleva e un’altra questione: Aidan. Avrebbe voluto dirgli che desiderava parlargli. Quel
giorno aveva un aspetto terribile, sembrava quasi smagrito, il suo sguardo le apparve spento e le
sembrò assente. Forse la turbava così tanto a causa del sogno che aveva fatto, o forse lui stava davvero
male. Purtroppo, però, non poteva parlargli, nemmeno con la mente.
Quel mattino, agitato per la riunione, Tamnais era andato a cercarla mentre si stava preparando
ed era rimasto con lei fino a quando non si erano diretti verso la sala preposta. Non aveva potuto
rinfilarsi al collo il medaglione che teneva chiuso a chiave nel cassetto del comodino accanto al letto.
Una volta lo portava sempre, ma era difficile nascondere le cose a chi, con pieno diritto, piombava
nella tua stanza all’alba o a notte fonda, per cui aveva deciso di toglierselo ogni notte. Tamnais aveva
già occhieggiato il medaglione, le aveva chiesto come mai lo avesse sempre addosso. Lei aveva
raccontato di esserselo fatto fare come portafortuna, non voleva che lui ci prestasse troppa attenzione.
Se per sbaglio avesse notato che lo possedeva anche Aidan si sarebbe posto delle domande.
Fortunatamente, essendo un maschio, non portava mai abiti con scollature che ne rivelassero la
presenza, ma si sarebbe comunque premurata di farglielo sapere.
«Potrebbe essere più pericoloso, non è vero, Celine?», fu richiamata al presente dalla voce di
Tamnais che le prese la mano.
Si era persa completamente quella parte di discussione, ma sapeva di cosa stavano parlando.
«Se faremo attenzione, non lo sarà più di quanto non lo sia stato nel Regno dell’Aria. Buonia e
Bhirginia sono bravissime e affiatate, poi abbiamo Lonn, che da quello che so si sta allenando con
Caswyn per potenziare il loro lavoro di squadra. Inoltre abbiamo anche Kenina, una guerriera abile ed
esperta. Non ritengo sia necessario fare nuove selezioni e posticipare il viaggio», ripeté per l’ennesima
volta. «Tu non c’eri le altre volte», addolcì il tono in favore del suo compagno designato, non voleva
dargli troppo contro apertamente, «più siamo e più sarà difficile spostarci. Non trovo giusto mettere in
pericolo persone impreparate, rischiando le loro vite tanto per fare numero. Abbiamo tutto ciò che ci
occorre. Perdonami se mi oppongo alla tua idea, ma ho già affrontato due di questi viaggi ed è
l’esperienza che mi fa parlare».
Tamnais le strinse la mano.
«Lo so, Celine, ma non voglio rischiare di perdere te. Se ci attaccassero in qualcuno dei luoghi
privi di protezioni, il numero farebbe la differenza. Credimi se ti dico che qualunque dei guerrieri
morirebbe al posto tuo. Sono libero da poco, ma rammento come mia madre e mio padre, prima di
essere uccisi, parlassero dei Prescelti: noi siamo l’unica speranza di salvezza del nostro popolo. È una
grande responsabilità, ma è anche un grande onore. Valiamo più di mille laoich, nessuna vita vale
quanto la nostra», replicò Tamnais, mandandola in bestia.
Tutto ciò che aveva appena detto era quello contro cui lei si batteva da sempre, anche con
Morwenna. Tutte le vite erano preziose. Represse il moto di stizza che le stava salendo in gola.
«Menomale che ora ci sei tu, sono mesi che tento di farglielo comprendere. Non puoi capire la
paura che ho avuto a ogni spedizione sapendo che lei si metteva in prima linea. Con te accanto sono
certa che le cose andranno meglio», intervenne Morwenna, dandogli man forte, come se lei fosse stata
una scapestrata che cercava di farsi ammazzare. Sembrava che ogni cosa compiuta fosse senza valore
da quando c’era Tamnais, con lui le cose sarebbero sicuramente filate lisce.
Mai come in quel momento ne detestò la presenza. Stava per alzarsi e mandarli al diavolo tutti
quanti, poi incrociò il suo sguardo, lesse l’adorazione e comprese. Nemmeno lei rischiava a cuor
leggero la vita di Aidan, sapeva che si sarebbe fatta uccidere per proteggerlo, se fosse servito, e le era
chiaro che Tamnais volesse fare lo stesso con lei.
«Tamnais, lo so bene e, credimi, non voglio rischiare le nostre vite. Il nostro gruppo è ben
addestrato, sa cosa aspettarsi e si è preparato al meglio. I poteri di Caswyn e Lonn, se si coadiuvano e
concentrano, potrebbero essere in grado di creare dei ripari…», lo blandì Celine, venuta a conoscenza
di ciò che stavano preparando lo zio e il giovane illusionista. In battaglia, vista la poca concentrazione
che poteva essere concessa a un illusionista, era quasi impossibile che si riuscisse a plasmare la materia
creando un riparo. Caswyn e Lonn ci stavano lavorando. Essendo entrambi plasmatori di materia molto
bravi, stavano pensando di fare in modo che uno proiettasse illusioni classiche, mentre l’altro si
estraniava e tentava di attingere ai poteri superiori. Negli allenamenti ce l’avevano fatta, ma non era
certa che ci riuscissero in battaglia, in ogni caso poteva sempre essere una speranza, un appiglio al
quale aggrapparsi per fare desistere Tamnais dal voler fare nuove selezioni.
Celine non voleva tardare la partenza, avevano procrastinato abbastanza. Le condizioni nel
Regno della Terra erano critiche; prima si fossero conclusi i viaggi e prima avrebbe potuto mettere fine
a tutto ciò che non andava nella sua vita. Tamnais stava per replicare, ma qualcuno bussò alla porta. Si
trattava dell’usciere che di solito stava fuori dalla stanza fino alla fine della riunione e annunciava le
persone attese, ma quel giorno non aspettavano nessuno.
«Perché ci hai interrotti?», domandò Davios sgarbato.
Da quando era morta Kaina era diventato ancora più insopportabile, ma con Tamnais sembrava
molto più ben disposto che con lei.
«Alla porta c’è la tessitrice Adraste, la cugina di Buonia», spiegò l’usciere.
«Ebbene? Ci interrompi per questo? Potevi dirle che sua cugina è impegnata in una riunione del
Consiglio e che potrà venire in visita dopo», replicò Davios secco.
«Gliel’ho detto, ma lei ha insistito. Dice che non desidera conferire con la cugina, ma con il
Consiglio e con i Prescelti. Ha accennato a qualcosa che potrebbe essere importante per la spedizione»,
chiarì l’uomo, messo in soggezione dal cipiglio di Davios.
«Non comprendo come una tessitrice possa fornirci illuminazione per la gestione del viaggio,
ma ormai sono curiosa. Falla entrare», acconsentì Helori.
Adraste entrò nella stanza rigidamente, si vedeva che era imbarazzata all’idea di trovarsi sotto
esame dal Consiglio. Teneva in mano una sacca per abiti. Fece un inchino e rimase in silenzio, in attesa
di essere invitata a parlare.
«Adraste, innanzitutto ti rinnovo le mie congratulazioni per il superamento della prova.
L’usciere ci ha detto che sei venuta ad annunciarci qualcosa che potrebbe essere utile per la nuova
missione. Parla pure», la incitò Celine.
La cugina di Buonia strinse le mani sulla sacca per abiti, poi fece un sospiro.
«Posso aprirla?», domandò esitante.
«Prego», la incoraggiò Celine.
Adraste depose sul tavolo una divisa che appariva identica a tutte quelle che venivano utilizzate
in battaglia, questa era evidentemente studiata per un guerriero nato sotto il dono di Uisge. Celine
pensò immediatamente che fosse per Murchadh.
«Be', mi pare un divisa, e allora?», chiese Davios sgarbato.
Celine lo fulminò con un’occhiataccia.
«Vai avanti», incoraggiò Adraste.
«Questa divisa, come è già stato fatto notare, sembra identica a tutte le altre, ed era questo il
mio intento. Non mettere in avviso i nemici sulla sua particolarità», prese a spiegare Adraste, dapprima
esitante. «Ci lavoro sopra da quando siete partiti per il Regno del Fuoco, ne ho già prodotte diverse. Mi
sono permessa di trarre spunto dall’idea degli anelli e da quella delle pozioni per curare la
contaminazione dei fiumi. Ho pensato che doveva esistere il modo di migliorare le divise. Ho fatto
svariati tentativi, alla fine sono giunta a questo risultato, facendomi aiutare da Govran. Utilizzando una
pozione creata appositamente, partendo dal sangue di Celine, è possibile apporre uno scudo magico alle
divise. Per gli attacchi fisici non può fare molto, ma gli attacchi magici saranno in parte assorbiti.
Questo renderà i guerrieri più resistenti e meno esposti al pericolo».
«Sono già state testate?», domandò Helori entusiasta.
«Sì, ma solo con delle pozioni. Non ci è parso opportuno testarle sul campo, mettendo
sull’avviso il nemico», rispose Adraste.
«In che modo?», chiese subito Davios. «Come fai a sapere che funziona?», aggiunse
inquisitorio.
«Abbiamo usato parte dei campioni di acqua contaminata che sono stati riportati indietro.
Rovesciandola sulle divise ne abbiamo osservato la reazione. Nei punti bagnati dal liquido contaminato
si accende come uno scudo di luce che riassorbe il male», spiegò Adraste, lasciandoli ammutoliti.
Celine si sentì immediatamente in dovere di complimentarsi.
«È fantastico, Adraste, sono così felice che tu abbia fatto questa scoperta. Non solo adesso
potrai rigenerarti, ma hai anche inventato qualcosa di eccezionale!», esclamò, abbracciando la
tessitrice.
«Potremo usarle sin da subito?», domandò Tamnais.
«Certo. Le ho già cucite per tutti voi, più una di riserva in caso si lacerassero in battaglia»,
confermò Adraste.
«Ottimo. Adraste, meriti davvero una celebrazione pubblica per questa tua idea. Adesso
abbiamo poco tempo, ma al rientro stai pur sicura che troveremo il modo di dare risalto alla cosa»,
annunciò Tamnais.
«Veramente non puntavo a nessun tipo di riconoscimento», obiettò Adraste.
«Desideri un rimborso economico?», s’informò Helori.
«No. Vorrei prendere parte alle spedizioni. Queste divise sono una mia idea, richiedono
manutenzione continua. Quando i guerrieri torneranno dalle battaglie potrei occuparmene e ripristinare
lo scudo protettivo. Vorrei solo avere la possibilità di dimostrare che, anche se sono solo una
saoranaich, la rigenerazione nel mio caso non è certo sprecata e che posso contribuire attivamente alla
buona riuscita di una missione», chiarì Adraste.
Davios sbuffò in maniera ostentata, ma Celine lo mise immediatamente a tacere.
«Io non ho niente in contrario, è una cosa che ho sempre sostenuto, non in riferimento diretto a
te, ma a quello di tutti. Siamo un popolo, se resteremo uniti e ci aiuteremo vicendevolmente tutto sarà
più facile. Ognuno di noi può dare molto», disse, posando una mano sulla spalla di Adraste. Poi si rese
conto che non avrebbe avuto l’ultima parola e, per quieto vivere, volse lo sguardo verso Tamnais. «Tu
che cosa ne pensi?», chiese.
«Sono stupito. Ora comprendo le tue perplessità precedenti. Si vede che conosci bene chi ti
circonda e le loro abilità. Con queste divise saremo di certo molto avvantaggiati nei confronti dei
nemici. Credo che, con questo, abbiamo anche risolto le mie perplessità sulle selezioni per nuovi
guaritori. Le divise di Adraste ci garantiranno sicuramente più protezione, e Buonia e Bhirginia
dovranno lavorare di meno. Benvenuta a bordo, Adraste!», rispose Tamnais felice.
Celine tirò un sospiro di sollievo. Finalmente erano d’accordo su qualcosa e soprattutto lui
aveva compreso che non avevano affrontato i viaggi precedenti allo sbaraglio, ma che lei sapeva
davvero di quali risorse disponeva. Fu doppiamente grata ad Adraste per la sua idea.
Aidan lanciò uno sguardo in direzione di Kenina, la postura rigida e l’espressione tesa
confermavano ciò a cui stava pensando: se aveva sperato di liberarsi della rivale per qualche tempo si
era sbagliata. Poi studiò Murch, lo sguardo dell’amico saettava dall’una all’altra, era chiaro che non
sapesse se essere felice o preoccupato. Si sarebbe trovato al centro di un bel triangolo amoroso, per
giunta nel mezzo di una missione. Sperava che presto facesse una scelta: Murch non era il tipo da
doppie relazioni, era sempre stato serio e, inoltre, tensioni aggiuntive avrebbero rischiato di
pregiudicare la buona riuscita del viaggio.
La riunione riprese, finalmente spostandosi su altri argomenti e si rese conto di essersi messo a
pensare ai fatti dell’amico per cancellare dalla sua mente per qualche attimo il suo turbamento: Celine.
Non sapeva nemmeno lui perché, ma a quella prima riunione si era aspettato scintille. Quando Tamnais
aveva menzionato quei luoghi comuni sul valore delle vite dei Prescelti aveva creduto che Celine desse
di matto, invece lei era rimasta serena, lasciando la mano tra le sue. Non era riuscito a trattenersi e con
la mente l’aveva invitata a ponderare le parole, ma lei lo aveva ignorato. Non aveva risposto e non
aveva girato la testa verso di lui. Si era aspettato che in breve gli arrivasse un pensiero da parte sua, ma
così non era stato.
Avvertendo Erskine accalorarsi, spostò l’attenzione sull’argomento del dibattere.
«Sono spiacente di contrariarvi, ma la soluzione che sto proponendo è la più sicura», disse
Erskine.
Aidan notò che a Tamnais tutti davano del voi, persino Maheloas lo aveva fatto alle nozze.
Tamnais, rispetto a Celine, sembrava gradire le formalità e non si era mai premurato di dire a chi lo
circondava di fare altrimenti.
«Non vedo come possa essere sicuro che io stia distante da Celine. I miei poteri, come quelli
della mia compagna, sono più forti di quelli di chiunque di voi, io sarei il primo a poterla proteggere al
meglio!», esclamò Tamnais.
«Mi sono sempre protetta anche da sola in questi mesi, ascoltiamo bene l’idea di Erskine», lo
blandì Celine.
«Non riesco ad accettare di starti distante fuori da qui», s’impuntò lui.
«Mi rendo conto che possa essere difficile, ma è più sicuro per entrambi. Se ci attaccassero e
voi foste sulla stessa vettura, tutti i nemici si concentrerebbero in massa. L’aggressione sarebbe
fortissima e mirata. Se, invece, foste su due macchine differenti, dovrebbero dividersi. Ovviamente fino
all’aeroporto ci accompagnerà una scorta scelta da Gallaibh e, arrivati in loco, troveremo un’altra
scorta supplementare ad attenderci, saremo in tanti. Urchaid è stato annientato: un gruppo ben
preparato può sconfiggere i nemici, specialmente se li obblighiamo a separarsi, mentre uniti il colpo
potrebbe essere molto più duro. Ancora non avete provato a combattere insieme, Celine ha già usato il
suo potere sin troppo da sola, il vostro ci è ancora sconosciuto, non affrettiamo i tempi», perorò la sua
causa il Maestro.
Tamnais sembrò perdersi a riflettere sulle parole di Erskine.
«Non l’avevo vista in questi termini…», disse, fissando il Maestro dubbioso.
«Mi occupavo di gestire una Divisione e, da quando siamo qui, mi premuro di tenere al sicuro
la Regina, tutto ciò che pianifico è studiato attentamente, potete starne certo», replicò Erskine.
«Ne sono convinto. Mi rendo conto che è un buon piano, ma ho una pretesa riguardo a chi
viaggerà sulla macchina di Celine. Lei deve avere la massima protezione», propose Tamnais.
«Ma certo, vale lo stesso per voi», rispose immediatamente Erskine.
«Ovviamente, ma io desidero scegliere in particolare qualcuno. Voglio che Aidan viaggi sulla
stessa macchina di Celine, che stia al suo fianco», chiarì Tamnais, fissando lo sguardo su di lui.
Ad Aidan sembrò che qualcuno gli avesse tirato un pugno nello stomaco, iniziò a pensare che
Tamnais potesse aver scoperto qualcosa sul loro legame o udito qualche discorso sciocco in giro.
«Aidan?», domandò il Maestro perplesso. Forse si era aspettato che Tamnais pretendesse
viaggiassero con Celine sia lui sia Ermer.
«Sì, Aidan. Quando Celine mi ha salvato, quando sono stato portato qui e ho parlato con lei
come semplice amico, prima ancora di scoprire di essere uno dei Prescelti, rammento in che termini mi
ha parlato di lui. Celine mi ha detto di fidarsi ciecamente di lui, di essere certa che lui non si sarebbe
mai risparmiato pur di tenerla al sicuro. Lo voglio accanto a lei», spiegò Tamnais.
«Come desiderate, non sarà certo un problema», acconsentì immediatamente Erskine.
Aidan si sentì in dovere di parlare.
«Grazie per la fiducia che mi accordate», disse, alzandosi in piedi e facendo un inchino.
«Sono certo sia più che meritata, non è vero, Celine?», replicò Tamnais, facendole una carezza
sul volto, toccando ciò che era suo, che gli aveva rubato l’anima che gli apparteneva sin dentro le ossa.
Gli montò nuovamente dentro il desiderio di saltargli addosso, di staccargli la testa dal collo, di
incenerirlo. La risposta di Celine si perse nella sua battaglia interiore per costringersi a rimettersi
seduto.
La riunione riprese con Corentin che spiegava i vari spostamenti e le decisioni che aveva preso
sui percorsi migliori, ma lui non ascoltò una sola parola. Ripercorrendo le sue emozioni precedenti, si
sentì un verme. Una persona abietta, sbagliata, scorretta. Celine non era sua, apparteneva a Tamnais e
lui aveva tutto il diritto di toccarla, baciarla, averla. Cosa che a lui non era concessa e, se non fosse
stato la persona orribile che era, sarebbe stato felice del suo arrivo, proprio come chiunque altro.
Tamnais si fidava di lui, lo voleva accanto a ciò che aveva di più prezioso al mondo: Celine. Quello gli
aveva dato la mazzata finale e lo aveva spinto a vedersi davvero per ciò che era. Un egoista, un infame
che pensava al suo tornaconto personale anziché alla sopravvivenza della loro razza e del mondo intero.
Se solo avesse saputo cosa provava per Celine, lo avrebbe esiliato in un angolo sperduto del mondo e
avrebbe fatto bene. La fiducia che gli concedeva era immeritata.
Rendendosi conto che Celine, nemmeno in quella circostanza, gli aveva trasmesso alcunché con
la mente, iniziò a ripensare a ciò che le aveva sentito dire alle nozze di Maheloas e a domandarsi se
forse la profezia non avesse fatto effetto in ritardo, se davvero lei lo amasse ancora o se, finalmente, il
suo cuore avesse iniziato a battere per chi lo meritava davvero. Ormai non aveva più dubbi sulla scelta
degli Spiriti. Avevano passato la palla a Tamnais, probabilmente lui meritava davvero quell’onore.
Aveva vissuto tutta l’esistenza nelle mani del nemico, ma non si era fatto corrompere, non si era
piegato pur subendo terribili torture, ricordava ancora la sua schiena. Il suo cuore doveva essere
purissimo per essere riuscito a mantenere il senno e l’integrità in quelle circostanze, cosa di cui non era
capace lui. Gli bastava osservarlo posare una mano sul volto di Celine per desiderare di farlo a pezzi.
Ecco cos'era lui: qualcosa di profondamente sbagliato e gli Spiriti, che ci vedevano lungo, avevano
fatto la loro scelta.
Quando finalmente la riunione terminò, ad Aidan sembrò che la sua testa stesse per esplodere.
Non uscì per primo dalla porta, giusto per non dare l’idea di essere uno che stava scappando; quando
finalmente varcò il pesante portone del Castello, trovò una sgradita sorpresa. Sulla scalinata c’era
Davios.
«Desidero che tu venga pochi minuti da me, c’è una cosa di cui ho necessità di parlarti», si fece
avanti il cugino.
Aidan lo fissò guardingo. Ricordava sin troppo bene l’amicizia che Davios aveva avuto con
Kaina. Indubbiamente suo cugino era estraneo ai fatti che la riguardavano, ma sapeva bene quanto la
serpe e Davios avessero parlato dei rapporti tra lui e Celine.
«Sono stanco, la riunione è stata infinita e domani ci attendono i chiarimenti sui luoghi più
importanti. Non puoi parlarmene mentre ci dirigiamo verso la cittadella?», domandò, restio a isolarsi
con il cugino.
Davios lo spinse da parte, poi si avvicinò al suo orecchio.
«Non credo ti farebbe piacere se ciò che ho da dirti fosse udito da qualcuno», sussurrò
minaccioso.
Aidan se lo scrollò di dosso.
«Come immaginavo si tratta di argomenti sgradevoli e temo di non averne voglia», scattò.
«Forse non avrai nemmeno voglia che io faccia sapere a tutti cosa mi ha riferito Kaina», sibilò
Davios.
«D’accordo, facciamola finita», acconsentì a seguirlo Aidan.
Quando entrarono nella casa del cugino Aidan si rammentò di quanto l’ambiente fosse opulento
e antiquato. Davios sembrava aver mantenuto la casa come cinquecento anni prima, quando erano
morti i suoi.
«Accomodati, vuoi qualcosa da bere?», lo invitò suo cugino.
«Davios, non fingiamo che questa sia una visita di piacere e io sia qui perché lo desidero.
Dimmi cosa hai da dire e falla finita», rifiutò categorico.
«Molto bene, andrò dritto al punto», lo scrutò il cugino.
Aidan fece un cenno secco con il capo per invitarlo a continuare.
«So che la ami, si vede da come la guardi, dal dolore che traspare perennemente dai tuoi occhi
da quando c’è Tamnais, dall’odio che ti è sfuggito oggi nello sguardo quando lui l’ha toccata», lo
trafisse Davios.
«Tra me e Celine non c’è niente», replicò.
«Certo, probabilmente adesso è così, ma non corrisponde a quanto riferitomi di Kaina. So che
tra di voi c’è stato molto, so che lei ora ti ha buttato come uno straccio sporco, ma vedo anche che non
ha intenzione di smettere di sfruttarti, altrimenti perché non lasciarti andare? In fondo potrebbe
trasferirti altrove. Per lei potresti essere una minaccia, potresti dire a Tamnais ciò che c’è stato tra voi.
Eppure ti tiene al suo servizio, ti usa perché sa cosa provi per lei e vuole sfruttarlo. Quando avrà finito
si sbarazzerà di te, ti schiaccerà e tu ne pagherai le conseguenze», vaneggiò suo cugino.
Aidan lo fissò, pensando fosse impazzito.
«Non vedo perché Celine dovrebbe allontanarmi e nemmeno lo desidero. Fare parte della
Guardia dei Prescelti è l’onorificenza più grande che un guerriero possa avere», rispose, incrociando le
braccia sul petto.
«Ma sentiti… onorificenza. Menti pure a te stesso, tu vuoi stare con lei perché ne sei
innamorato. La famiglia Flathail è foriera di disgrazie, ha rovinato la vita di molte persone nel passato,
hanno sempre voluto prevaricare gli altri e lei non è da meno. Caso strano una dei Prescelti è proprio
del loro sangue… Noi siamo quasi estinti, i Misneachail di sangue puro sono rappresentati da noi due:
non permetterò a Celine, anche se è la Prescelta, di trascinare nel baratro l’ultimo membro in vita della
mia famiglia. Lei ti distruggerà, se continuerai a starle accanto, lo so e l’ho già visto fare a quella
famiglia. Prendono tutto e poi calpestano il resto», andò avanti Davios.
Aidan esplose, forse era la rabbia che aveva tenuto dentro per tutto il giorno, forse il sentire
Davios dire certe cose, ma non riuscì a resistere. Con un balzò fu davanti al cugino e lo schiacciò
contro il muro.
«Tu non farai niente, non dirai niente, non tenterai minimamente di nuocere a Celine, non
racconterai a nessuno le fandonie che ti ha riferito Kaina, la cui parola conta ben poco visto com’è
morta. Altrimenti…».
«Altrimenti cosa, Aidan?», lo sfidò Davios.
«Altrimenti giuro che ti ucciderò, se solo proverai a farle del male te ne pentirai più di ogni altra
cosa tu possa aver fatto in questi eterni cinquecento anni di vita», concluse Aidan, il fuoco che
sembrava esplodergli nel petto.
«Molto bene», sorrise Davios lasciandolo interdetto. «Mi hai confermato ciò di cui ero
convinto, come hai detto tu il modo in cui è morta Kaina gettava un’ombra di dubbio sulle sue parole.
Tu la ami. Puoi negare quanto vuoi, ma sono le tue azioni a parlare. Io voglio metterti in guardia,
salvare l’altro unico membro rimasto della nostra dinastia, tu per lei mi minacci di morte», replicò
Davios.
«È la Prescelta», si difese Aidan a corto di argomenti.
«Certo, ma non è questo a spingere le tue azioni, Aidan. Lo sappiamo entrambi e fino a quando
le cose rimarranno tali non ci saranno problemi per nessuno. Stalle lontano, tieniti alla larga da lei,
dalle sue moine, dal suo usarti perché sa cosa provi. Solo questo voglio. Anche io ci tengo al nostro
popolo, di certo non farei del male a una dei Prescelti. Volevo solo sapere fino a che punto fosse
invischiato mio cugino. Non farti uccidere», lo sconvolse Davios.
Lo lasciò andare, non sapeva neppure cosa dire.
«Tu sei pazzo!», esclamò, quando lo vide accasciarsi sul pavimento ridacchiando. «Stai
andando fuori di testa».
«No, Aidan, non sono pazzo. So bene che effetti hanno i membri di quella famiglia sugli altri.
Adesso vattene, ma ricordati il mio suggerimento: stai alla larga da lei, non permettergli di
distruggerti», lo congedò.
Aidan si diresse in tutta fretta verso casa sua. Era già sufficientemente oppresso per mille
motivi, ci mancava solo che Davios uscisse di senno. Si augurava non dicesse nulla al Consiglio.
Sperava sarebbe rimasto in silenzio solo per lo scandalo che avrebbe rappresentato per la loro dinastia
se avesse parlato e lo avesse fatto allontanare.
Non stette a sentire le proteste di Mavi che voleva a tutti i costi si sedesse a tavola per cena, non
aveva voglia di mangiare. Salì rapido le scale, sbattendosi la porta di camera sua alle spalle.
Capitolo 5 Dove batte il cuore
Lunedì 30 aprile
Kenina non riusciva a stare ferma. Continuava a camminare avanti e indietro per la casa di
Murch, lo faceva per scaricare il nervoso e darsi una calmata. Non voleva fare una scenata, voleva
mantenere la calma. Quella sera, come sempre, Murch si era recato da lei. La situazione era assurda, a
volte si sentiva sopraffatta da un groviglio di rabbia che le pulsava nello stomaco, poi si rammentava
che lui era stato sincero, che le aveva detto sin da subito di essere innamorato di un’altra e che lei aveva
deciso coscientemente di provarci lo stesso. Doveva accettare il bello e il brutto, non voleva tentare di
nascondere la sua vera personalità.
Murch non aveva tentato di vedere Adraste di nascosto, né aveva finto che non gli interessasse
per temporeggiare in segreto. A lei non era rimasto che farsene una ragione e decidere se arrendersi o
lottare: non era il tipo di donna che si faceva da parte, non lo era mai stata. Si comportava in modo
accondiscendente e avrebbe potuto sembrare che si fosse decisa a subire passivamente gli eventi, ma
non era così. Sapeva bene che mettere Murch davanti a una scelta e forzarlo non le avrebbe portato
niente di buono. L’avrebbe vista come una nemica, come qualcuno che lo pressava e voleva spingerlo a
decidere, ma non era ciò che lei desiderava. La cosa migliore era che la vedesse come una figura
confortante, qualcuno con cui stava bene, con cui non c’erano tensioni.
Tuttavia quella sera non avrebbe lasciato correre nuovamente. Voleva sapere. Aveva bisogno
che lui le dicesse se Adraste gli aveva parlato anzitempo del suo progetto delle divise, se era
consapevole che si sarebbe candidata per partecipare alle spedizioni. Andava bene essere comprensiva,
ma non voleva apparirgli disinteressata, altrimenti a lui sarebbe potuto sembrare che i sentimenti di
Adraste fossero più profondi, che fosse l’unica disposta a lottare. Non le conveniva obiettare sul tempo
che lui passava con lei, però era suo diritto sapere se le aveva mentito allo scopo di tenerla tranquilla
fino al momento della rivelazione.
Quando sentì aprire la porta, si affaccendò immediatamente innanzi ai fornelli, voleva
sembrasse che si stesse preparando un tè e non che fosse lì in attesa come un rapace pronto a saltargli al
collo.
«Ciao», la salutò lui quando la raggiunse.
Kenina trasse un profondo respiro e si voltò.
«Ciao, tutto bene?», chiese.
«Sì…», replicò lui, sembrava in imbarazzo.
«Vuoi del tè anche tu?», domandò lei voltandosi nuovamente verso i fornelli.
«Senti, mi dispiace per tutta questa situazione, davvero. Mi sto trasformando in un pessimo
elemento, dovrei fare chiarezza al più presto, lo so. Te lo devo. Tutto questo ferirà qualcuno e più vado
avanti più sarà peggio», si sfogò lui.
Kenina lasciò perdere l’acqua da bollire e si avvicinò a lui.
«Sai bene che non mi piace farti pressioni, ma a questa domanda devi rispondere e ti prego di
essere sincero», disse non riuscendo più a trattenersi.
«Certo, lo sono sempre stato», annuì lui.
«Lo sapevi?», chiese diretta.
«Che cosa?», domandò lui.
«Eri al corrente dei progetti di Adraste? Ti aveva detto che non mirava solo alla rigenerazione,
ma a diventare parte integrante delle spedizioni? Eri consapevole che sarebbe venuta con noi durante i
viaggi? Devi dirmelo», sparò tutto di fila.
«Se lo avessi saputo te lo avrei detto, mi rendo conto che la cosa ti preoccupi perché pensavi
che presto saremmo partiti lasciandola qui…», rispose lui.
«Non farmi sembrare cattiva, Murch. Ho dei sentimenti anch'io. È ovvio che fossi felice di non
vedertela attorno per un po’, di sperare che la sua ombra non ci perseguitasse anche altrove. Ascolta,
non è mia intenzione parlare male di lei, non la conosco, non la posso giudicare, ma le persone che
cambiano opinione e modo di fare a seconda di cosa gli conviene mi danno sui nervi. Io voglio solo
sapere se tu ne eri già a conoscenza e mi hai lasciato all’oscuro di tutto per tenermi buona, perché
questo sarebbe davvero un comportamento pessimo», sbottò Kenina.
«Ti ho già risposto, Kenina. No, non lo sapevo. Se me lo avesse detto, te lo avrei fatto sapere.
Da ciò che mi ha comunicato questa sera neppure Buonia ne era a conoscenza, voleva fare una sorpresa
a tutti», spiegò lui, sembrava sulle spine.
«Che cos’altro c’è?», chiese dubbiosa.
«È solo che sei sempre così comprensiva, a volte mi è quasi sembrato ti sentissi al di sopra di
tutto questo», la scioccò lui.
Kenina pensò immediatamente ai dubbi che aveva avuto poco prima. Ci aveva visto giusto:
rischiava di sembrare troppo accomodante, poteva apparire disinteressata e superiore, proprio quello
che aveva fatto credere ad Adraste nella speranza che gli parlasse male di lei.
Decise di essere sincera.
«Mi comporto in questo modo perché ti amo, Murchadh. Quando ami qualcuno vuoi che quella
persona sia felice, desidero solo che i momenti che passi con me siano belli, non mi piace l’idea di
spenderli litigando per Adraste. Non credo i residenti siano inferiori, sai bene che non sono quel tipo di
persona. Non mi sento meglio di Adraste e nemmeno certa che il tuo cuore mi appartenga, ma so che la
scelta appartiene solo a te, non c’è nulla che io possa fare o dire che la cambierà. A volte penso che tu
abbia già deciso, e ancora non ne sia consapevole. Quindi sì, hai ragione, devi fare chiarezza. Forse,
dopo tutto, è un bene che ci venga anche lei con noi, altrimenti non la vedresti per chissà quanto e al
ritorno saremo punto a capo, rimarresti sempre con il dubbio. Forse non avrei nemmeno dovuto
confessarti che ti amo, qualcuno direbbe che non sapendo cosa provi davvero sia controproducente, ma
io, al contrario della mia rivale, voglio essere trasparente. Desidero che tu sappia davvero chi sono, chi
hai davanti. Non pensare che non mi dia fastidio quando la vedi, quando stai da solo con lei, non è così,
ma voglio parlare di noi, voglio stare con te. Almeno, se sceglierai lei, potrò serbare il ricordo di quanto
abbiamo condiviso e non struggermi su liti interminabili», chiarì Kenina.
«Non ho mai pensato che tu fossi falsa, Kenina. Grazie per avermi chiarito il modo in cui ti
senti…», rispose Murch.
Non si era aspettata un “anch’io”, non glielo avrebbe sentito dire fino a quando non avesse
deciso, lo sapeva. Aveva parlato troppo, come al solito quando si agitava. Incrociò i suoi occhi: era
tempo di smettere di parlare, sapeva bene che le parole spesso erano fonte di malintesi. Abbandonò
l’idea del tè e si avvicinò a lui, si sporse verso le sue labbra, col desiderio di fargli capire quando
profondamente lo amasse, spaventata che prima poi decidesse di metterle un freno.
Un attimo di esitazione, poi lui la strinse. Per quella notte sarebbe stato ancora suo.
Il sonno, quella notte, non voleva arrivare. Celine si rigirava nel letto da quelle che le
sembravano ore. Controllò l’orologio e si accorse che, invece, erano passati venti minuti dall’ultima
volta in cui aveva controllato. Eppure le sembrava che quelle ore notturne fossero infinite. Si alzò,
gettando le coperte di lato, e si sedette davanti allo specchio, cercò i suoi occhi per ritrovarsi, per
rintracciare la vera se stessa, quella che seppelliva dietro le menzogne e i sorrisi mielosi, la ragazza che
aveva messo da parte.
Si rimise in piedi di scatto e guardò fuori dalla finestra: il cielo era coperto e non si vedevano le
stelle. Un’idea le balenò in mente, tentò di scacciarla. Tornò a sdraiarsi, eppure quell’idea ormai era
germogliata. Si alzò di nuovo, diretta verso la porta della stanza, diede due giri di chiave per essere
sicura, poi aprì la finestra e uscì sul terrazzino. L’aria gelida dell’oscurità la investì e realizzò di essere
uscita in camicia da notte, tuttavia non c’era tempo per cambiarsi e, al suo rientro, era meglio non fosse
vestita in caso avesse dovuto aprire di corsa a qualcuno.
Strinse le dita attorno alla balaustra ghiacciata, tentando di tornare con i piedi per terra, di
ancorarsi lì, di non fare qualcosa che si era ripromessa di tenere a freno. Le nocche sbiancarono a causa
della forza che ci stava mettendo, le sembrò quasi che quel gesto potesse trattenerla, potesse fissare lì la
sua mente come il suo corpo, ma non fu così. I suoi pensieri attraversarono Gallaibh e raggiunsero il
suo cuore, quello che non era più con lei, che a quell’ora dormiva in una casa poco distante da lì:
Aidan.
Quel giorno l’aveva spaventata, dopo che Tamnais aveva decretato che sarebbe stato in
macchina con lei, le era sembrato stesse sempre peggio. Il conflitto sul suo viso era stato evidente,
aveva desiderato disperatamente dirgli qualcosa, si era sforzata di parlargli con la mente, per poi
ricordare che il medaglione giaceva nascosto nel comodino. Appena si era chiusa la porta della stanza
alle sue spalle se lo era fatto scivolare dalla testa fino al cuore, quasi potesse darle conforto, quasi fosse
in grado di farglielo sentire accanto.
“Andare o non andare?”.
Avrebbe dovuto chiudere la finestra e rimettersi sotto le coperte, lo sapeva: era quella la scelta
giusta. Un battito di ciglia e non era più sulla terrazza della sua stanza. I suoi piedi scalzi erano poggiati
su morbida erba, si trovava sul retro della casa di Aidan. Sapeva di non poter bussare alla porta, Mavi
probabilmente l’avrebbe cacciata a pedate, o forse si sarebbe fatta delle domande sul perché fosse lì.
Contava comunque su di lei, frequentando casa di Aidan aveva scoperto il suo vizio di lasciare
socchiusa la finestra del corridoio del piano superiore: era una sua fissazione, le piaceva che al mattino
la casa profumasse di bosco e non di chiuso.
Si materializzò sul tetto, proprio accanto a quel vetro e la sua memoria ne fu ricompensata. Non
era chiuso. Pregando che non facesse rumore iniziò ad aprirla al rallentatore. Quando posò i piedi sul
morbido tappeto che copriva il parquet, la riaccostò. Era tutto buio, ma ormai conosceva bene la casa,
sapeva dove andare. Davanti alla porta di Aidan posò un orecchio sull’uscio: non sentì niente, ma il
rombo del suo cuore nel petto era così forte da impedirle di udire anche la telecronaca di una partita di
calcio. Se Mavi, per puro caso, si fosse alzata uscendo dalla sua stanza l’avrebbe trovata lì in mezzo e
se fosse stata con il fratello sarebbe stato ancora peggio.
Cercando di calmarsi, accostò ancora l’orecchio alla porta nella speranza di carpire eventuali
conversazioni. Era notte fonda, ma non si poteva mai sapere. Le giunse un risolino ovattato e poi una
risata tonante, e comprese: Mavi era nella sua stanza con Brian, Aidan era sicuramente solo. Posò una
mano sulla maniglia e si decise a entrare. La stanza era avvolta nell’oscurità, Aidan era a letto. Si
avvicinò. Dormiva voltato su un fianco: era senza maglietta, i capelli d’oro sparsi sul cuscino, gli occhi
chiusi. Non era sereno, anche in sogno sembrava infelice. La piega del labbro non era rilassata, le ciglia
si muovevano rapidamente, segno di grande attività onirica, il respiro non era regolare. Sobbalzò
improvvisamente, rotolando sull’altro fianco.
«No», disse. Poi silenzio di nuovo. Il suo corpo iniziò a tremare.
Voleva fare qualcosa per lui, ma non credeva che svegliarlo di soprassalto fosse una buona idea.
Si mise seduta sul bordo del letto e gli afferrò una mano, la strinse tra le sue. Il medaglione riluceva sul
suo petto nudo, decise di parlargli con la mente, non l’aveva mai fatto mentre dormiva e non sapeva
nemmeno se avrebbe potuto sentirla.
“Sono qui, vicino a te, dormi sereno. Non ti accadrà niente di male, qualsiasi cosa sia è solo un
sogno. Ti amo, ti amerò per l'eternità”, cercò di trasmettergli il suo pensiero, di dargli un suono dolce,
quasi sussurrato. Lo guardò e percepì qualcosa sul suo viso.
«Ti prego, stai qui con me, sei l’unica che può ancora portarmi alla luce», disse lui, come se
avesse risposto ai suoi pensieri, ma stava ancora dormendo. Aveva parlato in sogno e non poteva sapere
se quelle parole fossero una risposta a ciò che gli aveva detto oppure se le avrebbe dette comunque.
“Starò qui sempre”, rispose tuttavia.
Passò qualche minuto. Il tremito si spense, l’espressione del viso si rilassò davvero e Celine si
perse finalmente a guardarlo. Ogni volta era come la prima: le toglieva il fiato da quanto era bello. Era
consapevole che non fosse giusto, che se avesse saputo che era lì si sarebbe coperto, ma i suoi occhi
erano disobbedienti, non volevano saperne di restare fissi sul volto, scorsero insaziabili sul suo corpo
perché sapevano che non lo avrebbero rivisto per chissà quanto.
La mano libera dalla stretta di lui si mosse, come animata di vita propria. Gli posò
delicatamente l’indice sulle labbra, lo fece scorrere sul mento, poi sul collo e al centro del petto, fino a
dove il lenzuolo lo copriva. Un brivido la percorse, si sentì bruciare, proprio come quella notte dentro
la piccola grotta alle pendici del vulcano. Celine si chiese se fosse così per tutti, se per chiunque il
morso dell’amore fosse così potente da scatenare una tempesta solo con uno sfioramento. Gli lasciò la
mano, si avvicinò alla finestra, scostò lievemente la tenda occhieggiando il cielo. La notte ancora
incombeva, ma tra le nubi percepì chiaramente una sfumatura più chiara, non avrebbe potuto fermarsi lì
ancora per molto. Se voleva parlargli doveva svegliarlo.
Si rimise seduta sul letto, gli riprese la mano delicatamente e lo chiamò.
Aidan si svegliò di soprassalto, sgranò gli occhi. Seduta sul suo letto c’era Celine. Non era
possibile, lui aveva sentito la sua voce in sogno: mentre i suoi genitori bruciavano, mentre tutto
s’incendiava e andava in pezzi, l’aveva sentita. Non poteva essere vero.
Lo sguardo saettò dai suoi occhi, al viso, al corpo. Celine indossava la tenuta da riposo, una
leggera camicia da notte bianca a canottiera e gli ricordò quella notte al vulcano. Si sentì bruciare di
nuovo, ma non come nel sogno, quello non era un calore dal quale rifuggire. Era come una forza
primordiale, come se dentro di lui qualcosa, qualsiasi cosa fosse, gli stesse urlando che lei era sua, che
gli apparteneva. Si accorse in quel momento della mano stretta tra le sue, gli sembrò incandescente, la
ritrasse di scatto. Era durato pochi secondi, eppure erano apparsi eterni.
Uno sguardo ferito balenò sul volto di lei, realizzò come poteva aver interpretato il suo gesto ed
esitante si riavvicinò a lei. Dapprima allungò un dito a sfiorare il suo, poi un altro. Pelle contro pelle,
intrecci che si formavano da soli, un gesto semplice che si trasformava in qualcosa di intimo. Non
riusciva a smettere di fissare quelle mani che si congiungevano, proprio come avrebbe desiderato fare
con lei. Realizzando coscientemente il suo pensiero, spostò gli occhi nei suoi, quasi a cercare se stesso,
la parte integra che ancora aveva, quella che gli urlava che non doveva guardarla in quel modo, che non
era giusto.
«Sei qui per davvero», disse, spezzando il silenzio.
“Io ci sarò sempre per te”, gli trasmise con la mente, mantenendo il silenzio.
Quella voce in testa era più vera e potente di qualsiasi parola pronunciata.
«Celine… io…. non so cosa ho pensato, ho creduto che la profezia stesse facendo effetto
davvero. Avevi ragione tu. L’altro giorno è stato insopportabile ascoltarti dire quelle cose, non ce l’ho
fatta a risponderti, la rabbia mi ha divorato e mi sono dovuto allontanare. Oggi non mi hai risposto
e…», spiegò.
«Ogni singola parola che ho pronunciato era rivolta a te, non riuscirei mai a inventare certe cose
e risultare credibile, se non avessi pensato a ciò che provo per te non avrei proferito verbo. Oggi non
avevo il medaglione, Tamnais lo ha già occhieggiato, gli ho raccontato che è un portafortuna che mi
sono fatta fare. Questa mattina era in camera mia mentre finivo di prepararmi, lo avevo nascosto nel
comodino la sera precedente in caso lui fosse venuto a cercarmi prima di andare a dormire. Non ho
potuto rimetterlo, non volevo sventolarglielo davanti al naso. Tu indossi sempre la divisa, io no. Il tuo
non lo noterà ma stacci attento, non deve vederlo per nessuna ragione, o capirà», chiarì lei.
«Non avrei dovuto dubitare dei tuoi sentimenti, nemmeno un secondo, ma è difficile. Mi risulta
quasi impossibile non credere alla profezia. Non riesco a pensare che tu preferisca ancora me, non lo
merito».
Le loro mani si stavano quasi sbriciolando a vicenda. Non poteva starle così vicino, lo sapeva.
Avrebbe sbagliato di nuovo, sarebbe caduto ancora più in basso.
«Tu non puoi capire quanto io mi senta sola. Mento a tutti, sono circondata dalle persone, ma è
come se non ci fosse nessuno, l’unico con cui posso essere me stessa sei tu. Non resistevo più senza
parlarti. Mi sono accorta di come stavi oggi, ti ho visto ora mentre dormivi. Gli incubi ti perseguitano
sempre?», chiese Celine.
«Sì», ammise senza aggiungere altro, non avrebbe mentito a lei.
«Aidan, mi dispiace. Vorrei starti più vicino, vorrei poterci essere sempre. Invece ti vedo e non
ti posso parlare, è come se fossimo separati da una distanza insormontabile. Sapevo che era uno sbaglio
venire qui, che non era giusto, ho provato a fermarmi, a costringermi a restare in camera mia, ma non
ce l’ho fatta. Dovevo farti sapere che ti amo, dovevo fartelo sentire», sussurrò.
Allungò una mano, gli sfiorò il volto, Aidan chiuse gli occhi per assaporare meglio la
sensazione che gli dava e ne percepì la vicinanza. Risollevò le palpebre, gli occhi nei suoi, si stava
avvicinando, sapeva cosa stava per succedere e il fuoco riprese a bruciare. Le labbra di lei arrivarono a
un millimetro dalle sue, l’avrebbe trascinata nell’abisso in cui era già sprofondato.
«Fermati, Celine», disse prima che fosse troppo tardi.
Lei lo interrogò con lo sguardo.
«Ho promesso di starti accanto lo stesso, di aiutarti, di indagare sui misteri che ci legano. Non
ho intenzione di tirarmi indietro, non lo farò. Ma non possiamo più, lo sai. Ora le cose non stanno più
come prima, non ti metterò in questa posizione, faccio già abbastanza male così. Forse è per questo che
gli Spiriti mi hanno privato del potere, forse hanno davvero scelto Tamnais al posto mio», aggiunse.
Celine non insisté, ma i suoi occhi lo trapassarono, lo fecero sentire nudo. La implorò con lo
sguardo, proprio come quella notte nella serra alla villa, in quella che sembrava una vita passata.
«È per questo che stai così male? Credi ancora di non meritare che io ti ami, pensi sempre che
ci sia qualcosa di sbagliato in te, qualcosa per cui non meriti di essermi pari, non è così?», domandò, la
mano sempre sul suo viso.
«Non so cosa pensare, Celine. A volte credo solo che gli Spiriti abbiano voluto giocare quella
notte, che ci abbiano dato quelle risposte per convincerci a fuggire dal Regno del Vuoto prima che i
nemici si svegliassero, che non abbiano davvero voluto spiegarci la fonte del potere che ci lega. Com’è
possibile che nessuno sapesse che ero uno dei Prescelti? Come mai i miei genitori non ne hanno parlato
con nessuno? Altre volte credo di essermi giocato tutto e mi rendo conto di essere una persona orribile,
come oggi», rispose Aidan. Nessun muro, nessuna bugia, solo se stesso.
«Che cos’è successo oggi?», chiese lei.
«Tamnais si fida di me, mi considera persino qualcuno a cui affidare la tua vita. Io non ho fatto
altro che sperare morisse fulminato per tutto il tempo in cui l’ho avuto davanti. Che cosa sono io? Io
che faccio parte della Guardia e mi auguro che uno dei Prescelti muoia, io che per primo dovrei volere
il bene del mio popolo, io che dovrei essere uno dei Prescelti, il cui cuore dovrebbe essere tra i più
puri», chiarì lui.
«Solo il fatto che tu ti ponga queste domande ti fa capire chi sei. Saresti un mostro se non lo
facessi e saresti disumano se non provassi ciò che senti», lo giustificò come sempre Celine.
In quel momento più che mai avrebbe voluto guardarsi con i suoi occhi, vedersi davvero come
lo vedeva lei, essere certo di essere così perfetto. Rimase in silenzio.
«Non hai detto che i tuoi pensavano che fossi uno dei Prescelti? Io ricordo bene il giorno in cui
Brian e Murch nel giardino della villa mi hanno raccontato l’assedio. Rammento che tu dicesti di
sentirti in colpa perché loro erano convinti che saresti diventato un Prescelto, poiché compivi
evocazioni del tuo elemento, che ti avevano salvato per quel motivo, sacrificandosi…», abbozzò
Celine.
“Non è possibile, anche lei sta pensando a quella notte”.
«Sono cose che appartengono a un passato lontano, discorsi che mi hanno fatto i genitori di
Mavi. Io ho voluto interpretarlo in quel modo, loro non l’hanno mai detto in modo che io mi sentissi in
colpa, né così apertamente. Dicevano solo quanto io fossi promettente e che avrei avuto un futuro
importante. Forse sono stato persino arrogante a ritenere pensassero fossi uno dei Prescelti, forse non
era mai stata loro intenzione suggerirlo, forse l'ho cercata io come giustificazione per il loro sacrificio»,
chiarì lui.
«Forse, ma visto che andrai in giro per le Divisioni e loro sono di stanza lì sarà il caso che tu
tenti di parlarci. Magari qualcosa che per loro potrebbe essere senza significato, per noi potrebbe essere
importante», suggerì Celine.
«Hai ragione, ho sempre rimandato, non volevo ferirli e forse avevo paura di sapere, ma è ora
che io parli con loro», accettò.
Poi cambiò discorso e le raccontò di Davios e di cosa gli aveva detto.
«La storia antica la conosco molto bene, non esiste traccia di guai o cose oscure sulla tua
famiglia, Celine. Penso stesse farneticando», aggiunse poi.
«Mi importa poco che sia fuori di testa, pensi possa dire qualcosa in grado di nuocerti?», volle
sapere immediatamente.
«No. Gli interessa troppo del nostro buon nome. Sono certo non lo farebbe, sa che verrei
esiliato. Ho più paura che faccia del male a te», replicò lui.
«Non farà niente a me. Stai tranquillo. Piuttosto sei sicuro che non sia solo preoccupato?
Magari ha esagerato, forse ha paura di perdere anche te dopo la fine che ha fatto la sua famiglia. Forse
ha inventato quelle dicerie sulla mia famiglia per spingerti a starmi lontano», osservò Celine.
«Non scusarlo. Il fatto che sia rimasto solo, come me per altro, non gli dà il diritto di essere un
bastardo arrogante. Ma forse hai ragione, non ti farà niente. Sa che non mentivo: se provasse a farti del
male lo ucciderei», rispose, deciso a non scusare il cugino.
«Tra poco sorgerà il sole, devo andare. Non vorrei lasciarti mai, non so quando potremo stare di
nuovo insieme, parlare guardandoci negli occhi, avere del tempo per noi», disse Celine, una lacrima
che scendeva lungo la guancia.
Avrebbe voluto stringerla tra le braccia, tirarla a sé, dirle che non l’avrebbe lasciata andare, non
così, non senza un bacio, non senza sentirla sua. Non fece nessuna di quelle cose, rimase inerte, solo la
sua mano si mosse unita a quella di lei. Come due calamite che non potevano staccarsi, come due lacci
annodati da qualcuno troppo abile, come due anime legate.
«Non importa, Celine, staremo insieme quando potremo, se potremo. Ora non è il momento,
non sarebbe giusto e non so quanto sarei capace di resistere, trascinandoti con me. Farò tutto il
possibile per venire a capo del mistero dei due guerrieri del libro quando saremo lì, te lo giuro. Adesso
vai, fai in modo che nessuno si accorga della tua assenza», rispose, gli occhi fissi nei suoi, l’aria che
crepitava, s’incendiava di quel sentimento che era costretto a restare soffocato.
Un fremito, poi le loro dita si sciolsero. Lei si alzò dal letto, andò alla finestra, l’aprì e si voltò
verso lui: quanto valeva quello sguardo, diceva tutto quello che c’era da dire. Poi si issò sul davanzale e
un attimo dopo scomparve. La stanza sembrò farsi gelida, l’aria fredda dell’alba lo attraversò, portando
gli odori della natura. Il dolore della separazione lo straziò.
Si ripromise che si sarebbe tenuto a distanza, che avrebbe cercato di non creare più una
situazione del genere, così intima. Era andata lei da lui, ma il Castello del Regno della Terra non era
casa sua e lì non si sarebbe comportata così, non se lui non gliene avesse dato modo. Avrebbe fatto
tutto quello che c’era da fare, forse avrebbero trovato una soluzione, forse no, ma sarebbe stato attento
a non farle commettere uno sbaglio, un tradimento. Non l’avrebbe trascinata in basso, lei era troppo
speciale e lui non la meritava davvero.
Capitolo 6 Pronti a partire
Lunedì 30 aprile
Celine non aveva dormito un minuto quella notte, eppure era più ritemprata che mai. Quando
Tamnais andò a chiamarla per fare colazione, gli disse per la prima volta che non aveva fame e si
sarebbero visti alla riunione. Voleva conservare ancora per qualche attimo le emozioni da poco vissute,
non era pronta a recitare. Lui apparve lievemente deluso, ma non le fece pressioni. La sua coscienza ne
fu pungolata, come se un’ape dispettosa le avesse piantato il pungiglione dritto nelle viscere, ma
scacciò quella sensazione. Se voleva recitare la sua parte aveva bisogno di qualche momento per se
stessa, oppure sarebbe impazzita.
Raggiunse la sala ancor vuota e si accomodò sul suo trono; presto quelle mura sarebbero state
riempite dalle voci di tutti i membri della spedizione e dei capi del Consiglio. In breve arrivarono alla
spicciolata, quando giunse Aidan si prese un attimo per osservarlo, fu felice di notare che sembrava star
meglio rispetto al giorno precedente, ma fu anche dura avvertirne già la mancanza. Era consapevole
che non avrebbero passato un po' tempo insieme molto presto.
Helori estrasse alcuni fogli dalla sua fidata cartelletta e chiese il permesso di illustrare la
situazione, anche a beneficio di Tamnais che non aveva ascoltato i ragguagli che erano stati fatti in
precedenza sul Regno della Terra.
«Come ho già spiegato tempo fa, il Regno è sotto attacco. Le ingerenze dei nemici sono partite
dalla foresta a Sud-Ovest, Keyll Eadar-Fhighte, e adesso si sono estese. Sono ormai al di fuori dalle
protezioni anche altri luoghi: a Sud-Ovest i nemici hanno preso l’Altare del Ricordo, mentre a Nord-Est
hanno occupato tutta la zona che comprende il Lago Ignoto, le Cascate Fragorose e la Biblioteca
Perduta. La situazione, purtroppo, si aggrava di giorno in giorno, unitamente al crollo delle speranze
della popolazione», narrò Helori, una sfumatura preoccupata nella voce.
«Come mai nel Regno della Terra il morale è così basso? Hanno forse scarsa fiducia in noi?
Speravo che dopo il mio arrivo le cose andassero meglio. Rammento che nel Regno del Fuoco le
protezioni erano completamente integre», volle sapere Tamnais.
«Con tutto il rispetto, non è bastato l’arrivo del secondo Prescelto a mitigare gli animi. Ci sono
problemi fortemente radicati che incrementano il malessere della popolazione», rispose Helori contrita.
«Non preoccuparti, Helori, Tamnais ancora non sa molto sul Regno della Terra, vai pure
avanti», la incoraggiò Celine.
«La famiglia Freumhan Domhain tiene la reggenza del Regno dai tempi dei tempi. Non ci sono
mai stati passaggi di consegna ad altre famiglie, le loro radici sono antichissime. Da diversi mesi, però,
la figlia, Bethia ha iniziato a stare male. Da un giorno all’altro l’ha colta una strana forma di apatia che
pare consumarla poco per volta. Non esce dalla sua stanza, non si alza, non si veste da sola, non mangia
autonomamente: è come se non le importasse più di vivere. A fine anno avevamo svolto delle ricerche
per mandare qualcuno dei nostri guaritori a occuparsi di lei poi, improvvisamente, c’era stata una
ripresa. La ragazza, seppur non parlando quasi con nessuno, per un certo periodo è apparsa radiosa, poi
di nuovo il tracollo. Ha ripreso a non alzarsi dal letto, a deperire e perdere contatto con il mondo
circostante. I suoi genitori non sanno più cosa fare, nessuna cura sembra avere effetto, l’ultimo
confronto con la madre è stato doloroso anche per me: pare che la ragazza si stia spegnendo
lentamente, che a nulla più valgano tonici o cibi. Tutto questo si riversa sulle sorti del Regno. I
Sovrintendenti trascurano totalmente la popolazione e i loro problemi. Le persone si sentono
abbandonate dall’autorità, in primo luogo da chi dovrebbe preoccuparsi del loro benessere in loco.
Rispondendo ora alla domanda del Re, posso aggiungere che è normale che le cose stiano precipitando
nonostante la comparsa dei Prescelti. Se nessuno nel Regno si occupa delle esigenze del popolo, di
certo non hanno nessuna speranza arrivi un aiuto dall’esterno. I Sovrintendenti sono talmente presi
dalla loro tragedia familiare che la popolazione sa ben poco delle altre spedizioni compiute», chiarì per
tutti Helori.
Tamnais stava per dire qualcosa, ma lei lo precedette.
«Non avevo idea che le condizioni di Bethia fossero così peggiorate. Il popolo è allo sbando e
abbiamo atteso anche troppo per partire, dobbiamo andare lì, subito. Grazie per questo prezioso
resoconto. Sono sicura che con il nostro supporto i Sovrintendenti ritroveranno la forza per lavorare per
il bene di tutti», disse.
Tamnais, però, non rimase in silenzio.
«Non è giusto, loro hanno la responsabilità della guida del Regno, ci rappresentano. Non
possono infischiarsene dei problemi della popolazione», obiettò.
«Pensate di prendere dei provvedimenti nei loro confronti? Magari di selezionare qualche altra
antica famiglia per la reggenza?», domandò pronto Davios.
Quell’uomo sembrava goderci ogni qual volta potesse esserci da dir male di qualcuno, inoltre
stava sicuramente posando di proposito l’accento su qualcosa per la quale lei non sarebbe stata
d’accordo con Tamnais. Celine credeva nelle seconde possibilità ed era propensa a concedere a tutti il
modo di riabilitarsi. Poteva capitare a chiunque un momento buio. Fremette in silenzio nell’attesa della
risposta del suo compagno, poi, visto il silenzio prolungato, voltò lo sguardo verso di lui. Lo colse a
fissarla, quasi cercasse la sua opinione.
«Tu che cosa ne pensi, Celine?», domandò quando trovò i suoi occhi.
«Non vorrei che fossimo troppo precipitosi nell’elargire sentenze», rispose per non ammettere
subito di non essere d’accordo su tutta la linea.
«Come ha fatto notare il Re: hanno sbagliato di grosso mandando a rotoli la gestione del
Regno», rincarò Davios.
Lo avrebbe volentieri impalato, sembrava che la stesse provocando di proposito. Ripensò a
quanto gli aveva detto Aidan quella notte: probabilmente quello era il suo modo per tentare di
danneggiarla, voleva renderle la vita con Tamnais ancora più difficile. Era stato sin da subito chiaro a
tutti il suo carattere forte, non ben disposto ad accettare imposizioni. Davios pareva volerci giocare
mettendo acrimonia tra loro, sembrava quasi sapesse che lei non lo amava davvero.
“Non raccogliere la provocazione, ci sta provando”, le risuonò in mente da Aidan.
Anche lui era giunto alle stesse conclusioni.
“L’ho capito”, rispose.
«Tamnais», lo sollecitò Davios, quasi non vedesse l’ora di sentirgli emettere una sentenza.
«Io sono qui da meno di un mese e non so tante cose. Ho espresso prima un dubbio, ma mi
sembra di capire che Celine sia più propensa ad accertare le cose in loco. Forse è meglio che decida lei
in merito, ne sa più di me», concesse Tamnais, sorridendole.
Davios le rivolse uno sguardo insoddisfatto.
«Preferisco andare lì e vedere come stanno davvero le cose. Aggiungo anche che io non ho figli,
non ho idea di cosa si possa provare a osservarne uno morire sotto agli occhi. Prima di prendermela con
i Sovrintendenti voglio vedere la situazione di persona», decretò Celine.
«Bene, faremo così», pose fine a ogni discussione Tamnais.
Quando loro due erano in accordo su un punto nessuno si permetteva di intervenire.
«Chi ci racconta qualcosa sui luoghi di maggiore interesse?», domandò Tamnais che ancora non
sapeva come si svolgevano quelle riunioni.
A sua nonna si illuminò lo sguardo, Tamnais aveva sicuramente conquistato il suo cuore. Forse
lo vedeva come un altro figlio. Le sfuggì un sorriso a quell’idea, poi ne fu subito amareggiata, si
domandò se, quando gli avrebbe spezzato il cuore, sua nonna l’avrebbe odiata.
Morwenna stese una cartina sul tavolo e iniziò a spiegare, ma la sua mente si perse altrove.
Aveva già letto e riletto i volumi sulla terra di Talamh, non aveva bisogno di altre delucidazioni sui
luoghi d’interesse. Scrutò i suoi compagni, cercò di pensare agli altri anziché se stessa e alle possibili
tensioni che si sarebbero create durante il viaggio.
Lonn, secondo il suo pensiero, doveva ancora rivelare davvero la sua vera essenza, era convinta
di non essersi sbagliata giudicandolo in modo positivo. Suo zio le aveva parlato dei loro allenamenti e
la sua opinione sull’altro illusionista sembrava migliorare di giorno in giorno.
Brian e Mavi ormai facevano coppia fissa, non era un mistero per nessuno. Le cose tra loro
sembravano andare bene e lei ne era felice, lo meritavano entrambi. La sorella di Aidan si stava
comportando in modo maturo, non si era mai rivolta con assenza di rispetto né aveva tentato di farle
pesare ciò che c’era stato tra lei e il fratello. Sperava che le cose restassero tali, non perché non sarebbe
stata in grado di affrontare il suo biasimo, ma perché i malumori erano fonte di distrazioni e le
distrazioni potevano costare vite quando si era sul campo.
Pensando ai disagi, non poté fare a meno di lasciare scorrere lo sguardo da Adraste, seduta di
fianco alla cugina, a Murch e Kenina, l'uno accanto all’altra. Loro tre erano una bella incognita.
Qualcuno, vista la situazione, avrebbe potuto suggerirle di imporre ad Adraste di spiegare a Buonia e
Bhirginia come maneggiare le pozioni per i tessuti e di istruirle nel rimettere in sesto le divise, in modo
da non farla partecipare e non creare squilibri. Tuttavia non le era sembrato giusto negarle quella
possibilità di dimostrare il suo valore. La cugina di Buonia aveva studiato sodo, a tempo record, aveva
superato la prova ma non solo: si era data da fare anche per proporre loro quella prodigiosa invenzione,
non sarebbe stato corretto lasciarla al palo. Era ingiusto che avesse meno tempo da passare con Murch,
sia lei sia Kenina avrebbero dovuto essere sullo stesso piano e la scelta sarebbe dovuta essere solo sua,
non pilotata da altri. Inoltre aveva fiducia in loro: Murch era affidabile; Kenina, nonostante il
temperamento, sapeva essere matura, lo aveva dimostrato nel Regno del Fuoco nei confronti di Buonia;
Adraste la conosceva meno, ma era una persona adulta, abituata a vivere tra le difficoltà e ad
affrontarle.
Aengus e Bhirginia avevano finalmente raggiunto un equilibrio. Lui sembrava aver accettato
l’intenzione della moglie, una volta terminati i viaggi, di tentare la rigenerazione. In un primo momento
lo aveva fatto solo per compiacerla, ma aveva cambiato idea e questo giovava anche a lei, la faceva
sentire in grado di farcela.
Gli altri non erano fonte di preoccupazione alcuna. Poi il suo sguardo si posò su Aidan. Lui non
la stava guardando in quel momento, ascoltava Morwenna prendendo appunti. Non gli parlò per non
rischiare che sollevasse il capo di scatto verso di lei, concentrato com’era, ma riversò su di lui le sue
emozioni. Sperava che trovasse la sua forza, che ce la facesse a sopportare quel viaggio, ad accettare le
attenzioni che sempre avrebbe dovuto riservare a Tamnais, che dentro di sé si vedesse finalmente per
ciò che era e comprendesse che lei lo amava fino in fondo e lo avrebbe fatto per sempre.
Si riscosse dai suoi pensieri notando che la voce predominante era cambiata, Corentin aveva
preso la parola. Stava riepilogando il tragitto che avrebbero fatto in machina da lì all’aeroporto,
chiarendo anche le strade secondarie in caso di attacco dei nemici. Quel viaggio sarebbe stato davvero
lungo, molto più del precedente. Il Regno della Terra era in Nuova Zelanda, un luogo selvaggio e
meraviglioso ma molto lontano. La terra di Talamh si trovava nella Regione del Canterbury, nascosta
in mezzo alle Southern Alps. Lì era autunno e già le sembrava di percepire la magia del luogo, i colori
dei boschi, degli sgargianti tappeti di foglie gialle e rosse. Si servì di quelle immagini per ritemprare la
sua mente, per regalarsi un motivo per essere felice.
La riunione si sciolse molto tardi. Quando tutti se ne furono andati, raggiunsero
immediatamente la sala da pranzo. Il sonno iniziò a farsi sentire e Celine si alzò da tavola prima del
dessert.
Aveva appena messo il medaglione al sicuro nel cassetto, quando arrivò Tamnais.
«Posso rubarti ancora qualche momento?», domandò esitante sulla porta.
«Certo», lo accolse lei con un sorriso, «sono sempre felice di passare del tempo con te».
“Bugiarda!”
Con un sorriso lui richiuse l’uscio alle sue spalle e si mosse verso di lei, le cinse la vita con
delicatezza avvicinandola, una mano risalì la schiena posandosi sulla sua nuca e sospingendola verso di
sé. Celine rispose al bacio, quella sera Tamnais sembrò indugiare più a lungo del solito, si fece più
audace.
«Come sei timida, puoi accarezzarmi anche tu, lo sai vero?», sussurrò sulle sue labbra.
Celine sentì il sangue affluirle alle guance, non per timidezza, ma per la bugia che stava per
proferire.
«Non sono mai stata innamorata di nessuno, non ho esperienze, ho paura», rispose abbassando
lo sguardo.
«Non c’è nessuna fretta, quando tutto questo sarà finito avremo tutto il tempo del mondo.
Anch'io non ho mai baciato nessuno all’infuori di te, ma è quasi come se il mio corpo mi urlasse di
starti vicino, di stringerti. A volte è difficile resistere tutte quelle ore di tediose riunioni senza poterti
baciare», la buttò sullo scherzo lui.
“Già, proprio come ciò sento io, per un altro però…”, pensò Celine, sentendosi un verme.
Le sembrava quasi di rivivere la situazione che aveva passato con Matteo, ma era molto peggio.
Anche se allora non lo sapeva, Matteo era un mostro, uno dei loro nemici, aveva persino ucciso i suoi
genitori adottivi pur di averla per sé, mentre Tamnais era buono, dolce, innamorato.
«Celine, io voglio che regniamo insieme, non voglio prevaricarti o prendere decisioni,
soprattutto adesso che non so ancora nulla. questa sarà la mia prima vera missione, voglio affrontarla al
tuo fianco e decidere ogni cosa insieme a te. Ti amo, Celine, voglio che la nostra unione sia serena e
farei qualsiasi cosa pur di vederti felice. Oggi mi sono arrabbiato per il comportamento dei
Sovrintendenti, poi ho visto il tuo sguardo triste e ho compreso: vuoi dare loro la possibilità di
riabilitarsi, sei così nobile. Voglio essere come te, desidero rappresentare tutto ciò che vuoi. Non ti
avrei mai dato contro», aggiunse poi, vedendo che lei restava in silenzio.
«Grazie», sussurrò commossa.
Lo baciò di nuovo, cercò di infondere più calore nei suoi gesti, si strinse a lui poggiandogli le
mani sulle spalle. Tamnais era buono, meritava qualcuno che lo amasse davvero, non quello che gli
avrebbe fatto lei. Non vedeva l’ora di essere sola per riversare sul cuscino tutte le lacrime che
tratteneva a stento. La sera precedente non aveva compreso del tutto Aidan, in quel momento sì.
Sentiva anche lei quella lama ghiacciata che le trafiggeva il petto.
Lo avrebbe tradito molto presto, avrebbe demolito la sua fiducia.
Capitolo 7 In viaggio
Martedì 1 maggio
Era finalmente giunto il momento della partenza. Celine sapeva che quel viaggio sarebbe stato
il più difficile tra quelli affrontati fino a quel momento, non tanto per il fatto che vi fossero aree prive
di protezioni o per la malattia di Bethia, ma per la situazione che si era creata.
Era da poco passata l’ora di pranzo ed erano tutti riuniti nella casetta sul confine di Gallaibh, le
macchine li attendevano fuori. Avrebbero raggiunto l’aeroporto di Inverness per atterrare a Glasgow.
Da lì, alle nove di sera, sarebbe iniziata la traversata internazionale. Tamnais le diede un lungo bacio
prima che salisse sulla sua vettura.
«Andrà tutto bene, vedrai», le disse piano.
«Certo», annuì lei, poi gli voltò le spalle e salì sui sedili posteriori della macchina.
Vide Ermer mettersi al volante, Brian prendere posto sul sedile anteriore accanto a lei, Mavi
entrò alla sua destra e in ultimo Aidan alla sua sinistra. Il motore si accese e la macchina iniziò a
muoversi. Celine scorse sfilare dai finestrini la natura rigogliosa che circondava quei luoghi, che aveva
già ammirato più volte e non si stufava di osservare. Pensò che, forse, era stata proprio quella
meraviglia a fare eleggere dagli Spiriti i suoi antenati come razza per preservare il mondo. Si concentrò
sulle sfumature del verde, sui marroni caldi dei tronchi, sulle tonalità del cielo che da un lato della
montagna sembrava minacciare pioggia e dall’altro mostrava varie porzioni di azzurro.
Non poteva stare davvero con la testa in quella vettura, non ce la faceva. Da un lato percepiva
l’ostilità di Mavi, poteva solo immaginare cosa la ragazza avesse pensato del fatto Tamnais avesse
preteso che Aidan stesse in macchina con lei. Le sembrava di avvertire la preoccupazione che
l’affliggeva per il dolore del fratello che tanto amava e il disappunto per lei. Dall’altro lato c’era Aidan.
La gamba contro la sua, il viso voltato verso il finestrino, attento, concentrato a notare il minimo
dettaglio fuori posto. Lui le era accanto, poteva toccarlo, eppure non l’aveva mai sentito così distante.
Era come se non ci fosse, come se tra loro esistesse una barriera invisibile che li teneva lontani anni
luce. Lui non le aveva parlato e lei nemmeno, non dopo che si era baciata con Tamnais davanti a tutti.
Le sembrava di essere sola in quella vettura, si sentiva quasi soffocare, privata della sua vera
identità, inabile a dire ciò che davvero pensava e provava, costretta a subire il biasimo dei suoi più cari
amici e a tormentare tutto il tempo l’anima di chi gli era più caro, costringendolo a osservarla
impotente mentre lei stava con un altro.
Tutto a un tratto le sembrò che la luce fosse calata di botto e non se ne spiegò il motivo: erano sì
dal lato del monte dove il cielo era coperto da nuvoloni grigi, ma quell’oscurità era inspiegabile.
«Stai giù», la spinse improvvisamente Aidan. Si ritrovò con la testa poggiata sulle gambe di
Mavi, rapido lui le gettò un mantello addosso come in un piano già coordinato di cui lei era ignara.
Iniziò a sentire i versi lugubri e gracchianti dei loro nemici e comprese che li avevano attaccati. Percepì
che la macchina prendeva velocità, la sentì sterzare a destra e a sinistra rapidamente. Era sballottata
come un sacco, con Mavi che cercava di tenerla poggiandole le mani sopra.
Proseguirono così per attimi che le parvero interminabili, Celine provò a sollevarsi per
intervenire, ma Mavi la tenne bloccata.
«Stai giù, non rovinare tutto», la sgridò decisa.
Dopo una curva particolarmente secca, in cui le sembrò che la macchina si ribaltasse, udì
Ermer.
«Non ci seguono più, ci hanno lasciati stare, ma tenetela ancora giù per qualche minuto, non si
sa mai», ordinò.
Quando finalmente la lasciarono libera di risollevarsi, si voltò verso Aidan bellicosa, non capiva
perché non le avessero permesso di usare il suo potere.
«Che cos’è successo? Perché non me li avete lasciati affrontare?», domandò
«È stato deciso così, era tutto già coordinato in precedenza, Celine», rispose Ermer.
«Da chi? Io non ne sapevo niente!», esclamò.
«Da Tamnais, unitamente a me ed Erskine, abbiamo poi impartito gli ordini ai ragazzi. Ci ha
ingiunto lui di non dirti niente, ha detto che ti saresti opposta», chiarì Ermer.
Celine sbuffò, stava per scatenarsi, poi si trattenne. Non poteva dire cosa pensava davvero, le
dava però più fastidio del solito. Tamnais aveva deciso per lei, senza nemmeno interpellarla, altro che
tutte le carinerie che le aveva propinato la sera precedente sul fare le cose insieme e rispettare le sue
idee. Si disse che appena fosse scesa dalla macchina gli avrebbe chiarito le cose.
Si voltò osservando il lunotto posteriore e cercando la macchina sulla quale viaggiava lui con lo
sguardo, ma non c’era. L’unica altra vettura era quella davanti a loro con altri membri della spedizione.
«Hai accelerato troppo forse, ci siamo persi le altre macchine», disse alla volta di Ermer.
«Ci siamo divisi, loro arriveranno all’aeroporto per una strada alternativa, almeno il piano è
questo», replicò Ermer sempre concentrata sulla guida.
«I nemici si sono stufati d’inseguirci?», chiese lei perplessa.
«No, semplicemente alla deviazione sono andati dietro all’altro gruppo», rispose Brian.
Celine rimase ammutolita. Lanciò uno sguardo ad Aidan che continuava a tenere d’occhio il
territorio dal finestrino: era grata che non avessero seguito loro, sollevata nel sapere che lui non
avrebbe dovuto rischiare la vita per proteggerla. Riflettendoci considerò che sarebbe stato difficile, con
Mavi seduta accanto, usare il potere che condivideva con lui per annientarli. Usarlo da sola avrebbe
potuto ridurla uno straccio e non sarebbe stata capace a mascherarlo.
«Non preoccuparti, ci raggiungeranno, vedrai. Cerca di stare tranquilla, non succederà niente a
Tamnais, Erskine non lo permetterà», disse Ermer, scrutandola dallo specchietto retrovisore.
“Tamnais?”
Si sentì sopraffatta dal senso di colpa. Non aveva minimamente pensato a lui, l’unica cosa che
le era venuta in mente era stata che Aidan non avrebbe rischiato la vita. Tamnais, invece, aveva pensato
a un piano per tenerla al sicuro e lei aveva addirittura deciso di riprenderlo per quello. Era un mostro.
Osservò nuovamente la mascella indurita di Aidan e comprese: anche lui ci stava pensando e la cosa la
addolorò ulteriormente, sapeva com’era fatto e quanto fosse forte il suo senso dell’onore.
Il viaggio proseguì in silenzio, Celine si augurò davvero che non fosse accaduto niente di male
a Tamnais e a tutti quelli che viaggiavano con lui. L’ansia di sapere la divorava, le rimbalzò il cuore nel
petto quando entrarono nel parcheggio dell’autonoleggio dell’aeroporto dove dovevano riconsegnare le
macchine e vide che, da una vettura già parcheggiata, stava scendendo qualcuno. Quando si fermarono
anche loro, e riuscì a uscire dalla macchina, carpì dei dettagli che troppo chiusa nel suo guscio di
infelicità alla partenza non aveva notato. Bhirginia era abbigliata come lei e si stava sfilando dalla testa
una parrucca rossa. Rimase sconcertata.
Tamnais le si avvicinò sorridente, le prese la mano attirandola a sé.
«Ti avevo detto che volevo tu fossi al sicuro. Hanno abboccato, ci hanno creduto entrambi sulla
stessa vettura e hanno seguito noi», spiegò accarezzandole il volto. Poi il suo sguardo andò oltre.
«Grazie!», esclamò alla volta di qualcuno alle sue spalle.
«Dovere», rispose la voce di Aidan, trapassandole la schiena.
Era orribile. Non un solo dettaglio di quella situazione poteva essere definito bello e il viaggio
era appena iniziato. Tuttavia mise da parte il suo malessere personale e decise di guardarsi intorno.
Notò Erskine che conferiva con Ermer in modo piuttosto concitato e decise di avvicinarsi.
«Che cosa succede?», domandò preoccupata che volessero tenerla all’oscuro di qualcosa.
«Non le hai detto nulla?», chiese a sua volta Erskine rivolto a Tamnais.
«Non ho ancora avuto il tempo», si giustificò Tamnais.
«Di che cosa state parlando?», volle sapere Celine.
«Ci hanno inseguito davvero in molti, tutti hanno fatto la loro parte per tenerli a bada, Lonn e
Caswyn sono stati prodigiosi, eppure continuavano ad arrivare, sembrava quasi sapessero dove saremo
passati e proseguissero a sopraggiungere lungo la strada. A un certo punto c’è stata un’ondata di
energia, non l’ho vista ma l’ho percepita, è stato come se l’aria si spostasse. I nemici non ne sono stati
polverizzati come quando usi il tuo potere di luce, ma sono rimasti improvvisamente immobili così li
abbiamo seminati e gli siamo sfuggiti», concluse Erskine.
«Sei stato tu? È il tuo dono?», chiese immediatamente rivolta a Tamnais.
Lui si strinse nelle spalle.
«Non lo so. Non ho fatto nulla in maniera consapevole, non ho nemmeno idea se sia accaduto
veramente o no», rispose lui.
«Sarebbe bello se fosse il tuo potere. Con un dono del genere potremmo facilmente intrappolare
i corrotti e guarirli senza far loro del male», si entusiasmò Celine.
«Magari è stato solo un caso, forse non sono neppure stato io», minimizzò Tamnais.
«Sono certa che a breve lo scoprirai, vedrai, gli Spiriti ti parleranno come hanno fatto con me!
Anch'io all’inizio non avevo idea di come gestire il potere, erano solo sensazioni, quasi intuizioni», lo
rassicurò.
Tamnais le regalò un sorriso.
«Piuttosto, Erskine il piano non era di dividerci su due macchine per fare in modo che i nemici
si separassero a loro volta?», non riuscì a trattenersi dal chiedere spiegazioni.
Non era più arrabbiata con Tamnais, ma il senso di colpa provato per la mancanza di
preoccupazione per la sua vita la spingeva a esigere chiarimenti per essere placato.
«Infatti il piano era quello. Tamnais, però, ha finto di accettarlo alla riunione e poi non ci ha
dato tregua. Ha detto che, se non poteva averti sotto gli occhi, voleva essere sicuro che nessun nemico
avrebbe potuto farti del male. Alla fine siamo stati costretti ad assecondarlo e a mettere in pratica il suo
piano. Avete molto in comune, ad esempio la testardaggine», chiarì Erskine.
«Non gli avrei mai permesso di seguire anche te», si aggiunse Tamnais, «non ti arrabbiare, ti
prego. So che tu non me lo avresti mai consentito, avresti provato terrore all’idea che i nemici
seguissero solo me, ma non avrei potuto resistere in un’altra macchina, distante da te e consapevole che
i nemici ti fossero alla calcagna», la implorò lui.
“Vergognati! Vergognati! Vergognati!”, urlava la sua coscienza.
Celine stava quasi per mettersi le mani sulle orecchie e tapparsele tanto profondo era il disagio.
«Manca poco più di un’ora al volo, dobbiamo affrettarci», la riportò alla realtà Ermer.
La regina, che non era riuscita a proferire parola, si limitò a stringersi a Tamnais mentre si
dirigevano verso l’ingresso della struttura. Lui parve non fare caso alla sua assenza di risposta, la cinse
con un braccio e le posò un bacio tra i capelli.
In breve entrarono tutti all’aeroporto e decollarono alla volta di Glasgow. I nemici non si fecero
più vedere, Celine aveva temuto si facessero trovare in uno dei numerosi scali, ma così non fu. Si disse
che, forse, il potere di Tamnais li aveva destabilizzati; magari Fàs, senza Urchaid, era a corto di risorse
e non era stato ancora in grado di architettare qualcosa contro il nuovo potere che si era ritrovato a
dover fronteggiare.
Atterrarono a Christchurch, in Nuova Zelanda, il tre maggio poco dopo le tredici. Celine,
nonostante avesse cercato di dormire in orari prefissati, anche per stabilizzarsi con il fuso orario del
Paese nel quale sarebbero giunti, si sentì parecchio scombussolata all’arrivo. Non si intromise sulle
disposizioni che le diedero per il viaggio, si sentiva ancora troppo in colpa nei confronti di Tamnais per
proferire parola su qualsiasi cosa.
Capitolo 8 Rìoghachd a Talamh
Giovedì 3 maggio
Christchurch era la più grande città dell’Isola del Sud della nuova Zelanda. Sorgeva nella
Regione del Canterbury e la sua fondazione risaliva al 1850 a opera di un colone inglese: John Robert
Goodley. Egli era fortemente convinto che quello sarebbe stato un nuovo angolo d’Inghilterra e
ammirando alcuni edifici si scorgeva chiaramente quell’Inghilterra vittoriana che il colone aveva voluto
sicuramente richiamare.
Abbandonando la città, si addentrarono nel territorio dirigendosi verso la loro meta. Le
Southern Alps. Il Regno della Terra era celato da quella catena montuosa la cui vetta più alta era il
Monte Cook o, come lo chiamavano i nativi, Aoraki che nella lingua madre voleva dire "colui che buca
le nuvole". Anche se non era di alcun interesse per i suoi compiti lì, Celine si era documentata sul
Paese in cui sorgeva il Regno della Terra perché, in parte, era convinta che gli Spiriti non avessero
lasciato nulla al caso e che le scelte dei luoghi in cui erano nati i loro Regni fossero strettamente legate
anche ad altre energie ed eventi. Non c’era scritto da nessuna parte, eppure lei lo sentiva.
Man mano che si avvicinavano la flora cambiava e diventava sempre più fitta, il territorio era
ricco di boschi di conifere, gli scorci sulle scarpate rivelavano ginepri alpini e rododendri. Il verde era
intensissimo e risaltava mischiato all’oro e al rosso dell’autunno ormai inoltrato. Lo spettacolo era
vivo, quasi pulsante e, in quella stagione che annunciava il riposo della natura, sembrava invece vi
fosse la sua esplosione più rigogliosa. Il Regno di Talamh era incastonato in un’enorme valle nascosta
da quattro picchi montuosi che la circondavano, altrettanti erano i suoi accessi dall’esterno sui quali
sorgevano le quattro Divisioni a guardia del Regno. Loro sarebbero entrati da quella a Ovest.
Giunti nei pressi di un grande spiazzo erboso ai piedi di uno dei monti che segnavano il confine,
parcheggiarono le macchine. Celine vide immediatamente l’illusione. Celato da una baracca
abbandonata, sulla quale campeggiava un cartello “pericolo di crollo, non entrare”, c’era l’ingresso di
una piccola grotta. La varcarono e si ritrovarono davanti a un sistema di trasporto simile a quello
presente nella Torre del Regno dell’Aria. Si poteva scegliere se percorrere tutta la grotta a piedi o
essere materializzati nei pressi della prima Divisione. Era assurdo pensare che proprio il Regno della
Terra fosse tra quelli in cui i nemici imperversavano; le stesse quattro Divisioni, pur essendo al di fuori
dei confini del Regno erano comunque già celate dietro una protezione molto forte e formavano una
prima barriera di scudo sui confini.
Visto che non erano lì per un viaggio di piacere, ma avevano fretta di giungere al castello,
decisero per il teletrasporto. Furono prese come al solito le misure di sicurezza del caso e poi,
finalmente, poterono utilizzare tutti il mezzo. Sbucarono davanti a un’enorme magione in pietra,
sembrava quasi un piccolo castello e le mura di cinta erano abbellite da siepi sapientemente curate. Dal
cancello aperto s’intravedeva una fontana con spettacolari getti e l’aria profumava di natura.
Vennero immediatamente loro incontro due figure che Celine conosceva bene: Lioslaith e
Kenner Solus-Reul, i genitori di Mavi e Aidan. Accolsero loro, poi abbracciarono immediatamente
entrambi i figli.
«Lioslaith, Kenner, è un piacere vedervi entrambi in salute. Come vanno le cose oggi?»,
s’informò Erskine.
«Sono andati via da poco alcuni abitanti del Regno in cerca di aiuto. Le loro case erano nel
territorio che adesso è sotto il dominio dei nemici, sono ospiti da molto tempo presso dei parenti, non
hanno più un tetto e desiderano sapere se saranno aiutati a costruire una nuova casa entro i nuovi
confini protetti», li informò Kenner preoccupato.
«La situazione è così grave? Il popolo è allo sbando fino a questo punto?», domandò
immediatamente Tamnais.
«Mio Re», iniziò Lioslaith, «la situazione non è facile da molto tempo, ma abbiamo cercato in
tutti i modi, unitamente alle altre Divisioni presenti sul territorio, di aiutare la popolazione.
Ultimamente le cose sono degenerate. Fino a poco fa il Sovrintendente elargiva fondi affinché
provvedessimo alle esigenze del popolo, da due settimane a questa parte purtroppo non siamo stati più
ricevuti a palazzo. Bethia sta morendo. Sappiamo da alcune domestiche che la ragazza sembra ormai
prossima alla fine, non apre quasi più gli occhi», spiegò contrita.
«È terribile!», esclamò Celine. «dobbiamo affrettarci», aggiunse poi.
«Penso siate i soli che faranno entrare al Castello», rispose Kenner.
«È stato un piacere rivedervi, conto su di voi in caso di necessità durante la nostra permanenza
qui. Perdonateci se non ci tratteniamo oltre, sono ansiosa di arrivare a destinazione. So di non poter
guarire quella povera ragazza, ma almeno voglio vederla prima che muoia, anche in segno di rispetto
nei confronti dei suoi genitori», si accomiatò Celine.
«Ma certo», replicò Kenner, guidandoli verso le scuderie da cui avrebbero preso i cavalli per
iniziare la loro esplorazione del Regno. Nel frattempo Erskine prese accordi con qualcuno della
Divisone affinché riconsegnassero le macchine appena possibile.
Kenner e Lioslaith li guidarono verso quello che sembrava essere l’ingresso di una grotta.
«Questo è un passaggio sotterraneo, una scorciatoia che conduce verso il Castello. Seguitelo
fino in fondo. Troverete delle svolte, non prendetele, servono solo per raggiungere altri parti del Regno
e non credo che al momento vogliate indugiare. Da un lato c’è anche il passaggio per la foresta, i
nemici non potrebbero comunque attraversarlo tutto grazie alla porzione che è ancora sotto l’influsso
dello scudo, ma per precauzione abbiamo comunque fatto franare il terreno e l’abbiamo sigillata»,
spiegò Kenner.
«Sotto a cosa passeremo?», domandò Celine.
«Una parte di territorio boscosa e priva di punti d’interesse per la vostra ricerca», rispose
Lioslaith.
Celine fece un cenno d’assenso, poi si incamminarono. Il passaggio era rischiarato dai globi di
fuoco, si respirava una fragranza di terra e vita. Non era l’odore di umido che ci si sarebbe aspettati di
trovare sotto la superficie, era profumo di linfa: le ricordò vagamente l’odore di buono di Aidan, quello
che le rimandava un prato bagnato dalla pioggia.
La cavalcata fu lunga, Celine non avrebbe saputo dire quanto avevano impiegato; quando
sbucarono in superficie dall’altro lato, la luce subito l’accecò. Erano sul limitare di un boschetto da cui
si vedeva un ponticello che passava sopra il fiume e conduceva verso il Castello. Tutto attorno la
vegetazione digradava dall’oro al rame, con sfumature di verde intenso date dagli abeti. Sul terreno un
tappeto di foglie scricchiolanti copriva il sentiero. Celine inspirò a pieni polmoni quell’aroma di resina
e piante.
Volse lo sguardo al Castello: le rammentò immediatamente una di quelle fortezze di pietra
medievali. Sorgeva su un picco al centro perfetto del Regno, circondato dall’anello del fiume, che
stendeva i suoi bracci a croce per tutto il dominio. Attorniato da possenti mura merlettate ove, a
ripetizione studiata, era scolpito il simbolo della Terra e la figura di Talamh. Dietro esse spiccava la
costruzione vera e propria, costituita da più torri a pianta quadrangolare. Quella centrale era più grande
e più alta delle sei laterali. Le finestre erano tutte di piccole dimensioni, stava calando la sera e dietro
alcune s’intravedeva la luce. La struttura era tutta in pietra grigia, levigata e lucente, sembrava quasi
tingersi di rosso con i raggi del sole nella luce crepuscolare. Fronde di edera multicolore, verde, rossa,
arancione e dorata scendevano dalle mura e dalle torri, facendole sembrare quasi dotate di vita propria.
Non trovarono nessun corteo d’accoglienza pronto ad attenderli, solo guardie rapide a inchinarsi
rispettosamente. Nel vasto cortile, il cui giardino era abbellito da alberi secolari, sentieri curatissimi e
fontane ornamentali, spiccavano alcune piccole costruzioni: gli alloggi dei servitori che abitavano agli
estremi del Regno e faticavano a rincasare alla fine di ogni turno, le stalle ove avrebbero potuto trovare
riposo i cavalli, i magazzini dove erano custodite le provviste, le cantine e un forno in pietra enorme dal
quale arrivava un invitante odore di pane in cottura.
Li accolse, sulle porte del Castello, un’anziana residente abbigliata da governante; mandò
immediatamente a chiamare i Sovrintendenti, spiegando che essi erano al capezzale della figlia e
scusandosi. I passi della giovane mandata a chiamarli si persero nei meandri della struttura.
Di pietra erano anche gli interni, l’ingresso era enorme e da esso si diramavano corridoi e
scaloni che conducevano alle varie torri. Un camino di considerevoli dimensioni scaldava l’ambiente
spandendo una luce calda e rassicurante.
Altri passi risuonarono dalla grande scalinata centrale, era facilmente intuibile che non
appartenessero a una persona sola. Finalmente voltarono la curva e vennero loro incontro due figure.
«Stew Freumhan Domhain», si presentò il Sovrintendente, inchinandosi innanzi a loro, «lei è
mia moglie Garabi. Vi siamo infinitamente grati per la vostra presenza qui», aggiunse poi.
Stew era un uomo imponente, ma la disperazione lo aveva cambiato. Cercava di stare eretto, ma
la postura delle spalle era curva, il volto stanco. Nonostante la rigenerazione, sembrava un quarantenne
più che un venticinquenne: i capelli, castani chiari, erano lunghi e incolti, gli occhi di un azzurro
spento. Garabi era esile e bassa, aveva lunghissimi capelli biondi, quasi evanescenti, e occhi blu segnati
dalla tristezza.
«Perdonateci se non abbiamo preparato nessuna accoglienza e se non ci siamo fatti trovare ad
attendervi. In questi giorni tendiamo a perdere il senso del tempo e di cosa è giusto. Ci rendiamo conto
di aver tradito la fiducia della Capitale e che il nostro operato è insoddisfacente, ma Bethia sta morendo
e non riusciamo a pensare ad altro, non siamo in grado di occuparci di nulla», si scusò la donna, nuove
lacrime sgorgarono da quegli occhi ormai esausti.
Celine provò l’impulso di circondarle le spalle con un braccio e dirle che sarebbe andato tutto
bene, ma sapeva di non poterlo fare, non conosceva certo la cura al malessere di Bethia.
«Portateci da lei, sappiamo bene come sta e che non può venirci ad accogliere, trovo giusto che
tutto il gruppo vada a renderle omaggio. Non servirà a niente, ma è dovuto. Dopo avremo necessità di
discutere alcune cose con voi per decidere in merito a come muoverci sul territorio. Magari vostra
moglie potrebbe restare al capezzale di Bethia e voi potreste dedicarci una piccola parte del vostro
tempo», replicò Tamnais.
Celine fu felicissima della sua idea e del suo modo di fare. Era giusto che andassero a trovare la
ragazza, anche se non potevano essere utili in nessun modo. Inoltre era felice di come si era rapportato
con i Sovrintendenti e il loro dolore. Avevano bisogno di discutere di alcune cose, ma era chiaro che
non li avrebbero distolti facilmente dal letto di morte della figlia, come d’altra parte era giusto che
fosse.
«Siamo onorati che vogliate porgere i vostri omaggi a Bethia. Seguiteci. Lei purtroppo non vi
risponderà, forse nemmeno si renderà conto che ci siete, o forse sì e sarà felice di vedere i Prescelti
prima di andarsene», accettò immediatamente Stew.
Lo seguirono nella la torre principale del castello e arrivarono in cima: quella era la stanza più
grande, occupava tutta la torre, sarebbe stato normale fosse quella di marito e moglie, ma Celine si
disse che probabilmente avevano deciso di destinarla alla figlia per darle più spazio. La camera era
inondata dalla luce del tramonto che entrava dalle finestre, era spaziosissima e circolare. Il letto, un
baldacchino in legno impreziosito da sbalzi e decori di foglie in rilievo, era al centro della stanza. Si
affaccendavano attorno a esso due guaritrici, sembravano cercare di sospingere verso il volto della
ragazza dei fumi.
«Non le daremo disturbo tutti insieme?», domandò Celine preoccupata.
«Magari fosse così…», scosse la testa Stew, «non ha percezione di nulla del mondo che la
circonda, i suoi occhi sono vuoti».
Circondarono il letto. Bethia era bellissima, aveva gli stessi capelli biondi e opalescenti della
madre, l’incarnato di porcellana e i tratti del volto aggraziati. Nonostante il viso fosse smunto a causa
della malattia era comunque stupendo. Gli occhi, fino a un attimo prima sigillati, si aprirono di scatto.
Erano celesti come quelli del padre, ma non slavati. Sbatté le palpebre più e più volte, poi sembrò
spostare l’attenzione su ognuno di loro.
«È incredibile!», esclamò Garabi, portandosi una mano davanti alla bocca.
Anche Celine ebbe la certezza che li stesse osservando in modo consapevole. Quando guardò
lei, si sentì quasi trapassata da quell’azzurro così inteso, poi sembrò afflitta e sul punto di lasciarsi
andare, riabbassò lentamente le palpebre. Convinta che fosse stata una coincidenza, stava per dire ai
Sovrintendenti che era il caso di lasciarla riposare e andare a discutere altrove, quando Bethia aprì gli
occhi di nuovo. Sembrava davvero stesse cercando qualcuno, il suo sguardo si fissò su Aengus, ma
sembrò non vederlo davvero. Poi Celine comprese: stava scrutando con insistenza dietro di lui, stava
fissando Aidan.
Bethia si alzò di scatto a sedere, tutti fecero un balzo indietro, nessuno se lo sarebbe mai
aspettato.
«Sei venuto davvero? Lo so, me lo avevi promesso, ma ormai avevo smesso di sperare, credevo
che non ti avrei mai più rivisto», disse Bethia chiaramente rivolta ad Aidan.
Lui sembrò sconvolto quanto tutti nella stanza e non proferì parola.
«Sta delirando?», domandò Tamnais alla volta del Sovrintendente.
L’uomo non rispose, guardava stralunato la figlia esangue fino a pochi attimi prima. Sembrava
che anche il volto improvvisamente avesse preso colorito, abbandonando il pallore spettrale.
La ragazza gettò le coperte di lato e si alzò in piedi. Stew sgranò gli occhi e si portò
immediatamente vicino alla figlia.
«Bethia, ti prego, torna a letto, non affaticarti», cercò di blandirla preoccupato.
«Ora sto bene, padre, ora che lui è qui», rispose lei.
Sembrava più che cosciente, pareva impossibile che fino a poco prima fosse stata un vegetale.
«Lui chi, tesoro mio?», indagò Stew.
Bethia scansò la mano del padre, si avvicinò ad Aidan e gli butto le braccia al collo. Lui rimase
pietrificato, era evidente che non sapesse nemmeno cosa dire.
“Non ho idea di cosa stia parlando!”, le urlò con la mente, il suo tono appariva incredulo
quanto spaventato.
Bethia si voltò verso il padre.
«Mi mancava così tanto, ho iniziato a sentire la vita abbandonarmi. Lui me lo aveva detto, mi
aveva avvisato che per un po’ non sarebbe più potuto venire da me, ma che un giorno sarebbe tornato
per rimanermi accanto in eterno e sposarmi. Avrei dovuto credergli, non lasciare che lo sconforto mi
consumasse, è solo colpa mia se sono stata così male», li sconvolse lei.
«Che cosa hai fatto a mia figlia?», urlò Stew in direzione di Aidan.
«Padre, non dovete prendervela con lui, la colpa del mio stato era solo mia. Senza di lui non
riuscivo a vivere, tutto era senza colore. Se gli farete del male, lo farete anche a me», si mise in mezzo
Bethia.
«Forse sarebbe meglio discutere la questione in privato», intervenne Celine, la situazione si
stava scaldando sin troppo rapidamente.
«Lui rimarrà con me, non permetterò che gli facciate del male!», esclamò Bethia,
aggrappandosi al braccio di Aidan.
«Lui ha molto di cui rispondermi e rendermi conto», si oppose Stew.
«Bethia, ascoltami. È giusto che Aidan dia delle risposte a tuo padre. È un membro della mia
Guardia, io sono la Regina, ci sarò anch'io e non permetterò gli venga fatto niente di male», cercò di
mediare Celine.
«So chi sei», rispose Bethia.
«Se sai chi sono, ti prego di fidarti di me. Non vorrai che tuo padre continui a sospettare di lui,
no? Se non gli permetterai di parlargli non si chiariranno mai», tentò di farla ragionare.
Bethia parve volersi imputare di nuovo, poi sembrò realizzare in quel momento di essere
scarmigliata e in camicia da notte, osservandosi riflessa nell’enorme specchio che campeggiava sulla
parete davanti a lei. Si portò una mano alla bocca, guardandosi scioccata.
«D’accordo, nel frattempo mi rimetterò in ordine», accettò infine.
Capitolo 9 Chiarire i fatti
Giovedì 3 maggio
Garabi volle restare con la figlia, gli altri membri furono accompagnati nella torre a loro
destinata. Celine, Tamnais Aidan ed Erskine furono guidati dal Sovrintendente Stew in una stanza poco
più in basso di quella della figlia. Sembrava una piccola biblioteca, al centro campeggiava
un’imponente scrivania, il marrone e il verde erano i colori predominanti. Celine si disse che doveva
essere una sorta di studio.
Appena la porta fu richiusa il Sovrintendente investì Aidan.
«Non me ne frega niente che tu faccia parte della Guardia dei Prescelti. Esigo una spiegazione e
che sia convincente. Se pensi che la passerai liscia, hai sbagliato di grosso, ti sarebbe convenuto non
tornare qui, o forse speravi che lei non ti riconoscesse», lo aggredì.
«Un momento, vediamo di calmarci. Vostra figlia è stata esanime fino a poco fa, potrebbe
anche aver detto cose a caso della prima persona che ha attirato la sua attenzione», si mise
immediatamente in mezzo Celine.
«Avete detto bene, mia figlia era praticamente un vegetale, sembrava sarebbe morta. Appena lo
ha visto, però, ha iniziato a riprendersi. Non è solo ciò che ha detto, il pallore cadaverico ha
abbandonato il suo corpo ed era vigorosa. Penso che questo signorino le abbia fatto qualcosa di male,
magari usando qualche oscura magia per tenerla sotto il suo giogo», s’intestardì il Sovrintendente.
«Ma.. non è possibile…», abbozzò Celine.
«Celine, aspetta. Comprendo che essendo un membro della Guardia tu lo voglia difendere, ma
abbiamo assistito a una specie di miracolo. È giusto fare chiarezza, non possiamo ignorare la cosa,
dovremo anche sentire che cos’ha da dire Aidan», la bloccò Tamnais.
«Allora?», lo esortò il Sovrintendente sempre più arrabbiato.
«È la prima volta che vedo vostra figlia, non la conoscevo e non le ho fatto assolutamente
niente», si difese Aidan.
«Menzogne! Come pensi di fregarmi con queste sciocchezze? Credi forse che io sia stupido?»,
obiettò il Sovrintendente.
«Aidan non ha mai lasciato il mio fianco da novembre a oggi, non può essere venuto qui. Il
viaggio è lunghissimo, avrebbe dovuto assentarsi per molto tempo. Se i portali fossero ancora intatti,
potrebbe esistere il ragionevole dubbio, ma non lo sono e lui non si è mai mosso dalla Capitale o dai
Regni che abbiamo visitato», intervenne Celine, decisa a mettere fine a quella pagliacciata.
«Magari potrebbe essere accaduto prima che vi conosceste o senza che te ne accorgessi. È vero
che da novembre è al tuo servizio, ma non credo abbiate passato insieme ogni singolo istante. Indubbia
è la tua buona fede, mia adorata, ma forse è il caso di approfondire», appoggiò il Sovrintendente
Tamnais.
«È come ha detto, Celine, non ho mai lasciato Venezia né tantomeno Gallaibh. Durante le
spedizioni, poi, mi sarebbe stato praticamente impossibile allontanarmi senza che il fatto fosse notato»,
rispose Aidan.
«Non prendiamoci in giro!», urlò il Sovrintendente.
«Certo, è come dice Tamnais, non ho passato ogni singolo istante con lui, ma da novembre a
oggi l’ho visto praticamente tutti i giorni, per riunioni e altri motivi. Sovrintendente, vi chiedo di
ridimensionare il vostro modo di vedere la cosa, altrimenti è come se mi steste dando della bugiarda.
Volete forse mettere in dubbio la mia parola o la mia buona fede? Volete forse insinuare che una dei
Prescelti sia coinvolta in qualche piano ai danni di vostra figlia?», intervenne Celine alzando la voce.
«Celine, calmati», tentò di blandirla Tamnais, poggiandole una mano sulla spalla, «sono sicuro
che siamo tutti sconvolti e che il Sovrintendente non volesse insultarti in nessuno modo. Forse potrebbe
essere accaduto prima di conoscerti, da quanto sta male vostra figlia?», si rivolse al Sovrintendente.
«Non importa da quanto stia male Bethia, potrebbe anche averlo fatto molto prima!», esclamò
Stew.
«Fino ad ora sono stato in silenzio, ma posso testimoniare che Aidan era sotto la mia tutela da
anni come guerriero presso la Divisione di Venezia. Non si è mai allontanato senza il mio consenso e
mai per un tempo così lungo. Dovendo fare avanti e indietro avrebbe impiegato più di una settimana.
Lo considero altamente improbabile», intervenne finalmente Erskine.
«Ne siete certo, Maestro?», s’informò Tamnais.
«Lo sono, altrimenti non avrei parlato. Il lavoro nelle Divisioni è sempre pesante, nessuno dei
membri potrebbe mai allontanarsi per un periodo così lungo. Un’evenienza potrebbe giusto essere un
lutto o una malattia che costringa il guerriero a Gallaibh per guarire, ma Aidan non ha mai attraversato
nessuna di queste fasi», confermò Erskine.
«Forse potrebbe essere davvero così allora. Non credo che né il Maestro né Celine
appoggerebbero una tale malefatta o la coprirebbero in qualche modo», osservò Tamnais.
«Aidan ha la mia piena fiducia, metterei la mia stessa vita nelle sue mani e anche tu lo hai fatto
Tamnais giusto poco tempo fa», disse Celine con slancio.
«Ma allora come spiegate lo stato di mia figlia?», protestò il sovrintendente.
«Non possiamo spiegarlo, credo ci abbia sconcertati tutti», rispose Celine.
«È possibile che, aprendo gli occhi, lo abbia visto e si sia infatuata?», domandò Tamnais.
«Nella condizione in cui era… e le cose che ha detto?», continuò nella sua ricerca di una
spiegazione Stew.
«Sovrintendente, Bethia è stata assente mentalmente e male a lungo. Forse sono solo
farneticazioni, forse la sua mente le dice questo. Magari tra qualche tempo starà meglio e ce lo dirà lei
stessa», suggerì Celine.
«Forse, ma mi sembra alquanto improbabile che questa guarigione improvvisa non abbia niente
a che vedere con lui», rispose Stew ancora sospettoso.
Celine stava per replicare, ma bussarono alla porta: si trattava di una delle cameriere che erano
prima nella stanza di Bethia.
«Scusate se vi ho interrotti, mi manda la principessa», disse inchinandosi.
«La principessa?», domandò Tamnais stranito.
«Perdonate. Quando Bethia era bambina la chiamavo “la mia principessina”, crescendo tutti
hanno continuato a chiamarla così, come un vezzeggiativo. Mi rendo conto che possa suonare fuori
luogo. Se vi offende, posso ordinare al personale di astenersi», chiarì il Sovrintendente.
«Con tutti i problemi che abbiamo non sarà certo un nomignolo a spaventarci», sbottò Celine
che non ne poteva quasi più
La questione che si era creata con Aidan era assurda. Neppure lei comprendeva come fosse
possibile che Bethia si fosse risvegliata proprio al loro arrivo e che avesse dichiarato che Aidan era già
stato lì.
Non aveva il minimo dubbio in merito: Aidan non era mai stato in quel Regno né conosceva
Bethia.
«Che cosa è successo?», domandò il Sovrintendente alla ragazza.
«La princip… vostra figlia si è vestita e desidera uscire, vorrebbe fare una passeggiata in
giardino con il ragazzo, mi ha chiesto di venire a chiamarlo», disse indicando Aidan con un cenno del
capo.
«Non se ne parla! Si è appena alzata in piedi dopo giorni, per giunta non andrà da nessuna parte
da sola con questo bell’imbusto», replicò Stew incollerito.
«Ha immaginato che avreste risposto così. Mi ha chiesto di dirvi che non intende tollerare
imposizioni in merito e che desidera stare con lui», aggiunse la cameriera.
Il Sovrintendente aveva raggiunto una tonalità tra il rosa scuro e il viola in volto.
«Perdonate», s’inserì Tamnais, «io credo che sarebbe opportuno acconsentire», disse.
«E perché mai dovrei favorire questa follia? Lui dice di non averla mai vista prima, voi tutti
sostenete che non abbia mai avuto il tempo materiale di recarsi fin qui e non mi sembra si sia detto
innamorato di Bethia a sua volta», obiettò il Sovrintendente.
«Credo che farli stare insieme potrebbe aiutare a chiarire il mistero. Aidan ha tutta la mia
fiducia, io stesso gli ho affidato Celine durante il viaggio da Gallaibh all’aeroporto affinché la
proteggesse, come ha ricordato proprio lei poco prima. Sono certo che Aidan sarà ben contento di
passare del tempo con Bethia assecondandola, se questo potrà servire a comprendere cosa le sia
accaduto davvero. Magari, stando con lui, con il tempo ricorderà cosa le è successo, forse potrebbe
rendersi conto che non lo conosce affatto e capiremo cosa c’è dietro», suggerì Tamnais.
«Se proverai a farle del male sarai messo a morte, è chiaro? Non mi importa che tu goda della
fiducia dei Prescelti. Sei autorizzato a passare del tempo con mia figlia e a lavorare per capire cosa ci
sia sotto, anche per discolparti oltre ogni ragionevole dubbio, ma se accadrà a Bethia qualcosa ne
pagherai le conseguenze. Stai molto attento a ciò che fai», disse il Sovrintendente rivolto ad Aidan.
«Come desiderate», replicò Aidan, seguendo poi la cameriera fuori dalla stanza.
Celine avrebbe voluto opporsi, trovava stupido che Aidan dovesse passare del tempo con quella
ragazza, avevano cose più importanti da fare nel Regno, ma se si fosse imposta avrebbe potuto indurre
nel Sovrintendente strane idee, soprattutto visti i suggerimenti di Tamnais. Se lei avesse espresso un
parere contrario alla sua idea, sarebbe quasi sembrato che sospettasse di Aidan.
«Spero di non dovermene pentire», disse il Sovrintendente grave.
«Avete fatto tutti i controlli necessari per capire che non fosse sotto l’influsso del nemico,
vero?», domandò Tamnais.
«Ma certo, quello è stato al principio di tutto», garantì Stew.
In quel momento a Celine balenò in mente un’idea, una possibile spiegazione a tutta quella
situazione assurda.
«Bethia, prima della malattia, aveva un ruolo nelle faccende del Regno? La stavate preparando
a quando le lascerete le redini del luogo? Partecipava alle riunioni e quanto altro?», chiese Celine.
«Certo, come sapete la nostra famiglia è qui sin dall’inizio. Ho sempre cercato di formare
Bethia, soprattutto in questi tempi così funesti volevo fosse pronta in caso mi accadesse qualcosa»,
rispose Stew. «Non vedo però come possa avere a che vedere con il suo malessere», obiettò poi.
«Nulla di concreto, solo un pensiero. Mi domandavo se, a vostra insaputa, durante queste
riunioni e incontri, non abbia maturato un interesse per qualche laoch, magari qualcuno che è morto in
missione. Forse la sua anima non ha accettato il dolore e lo ha rielaborato chiudendosi in se stessa,
magari un ragazzo biondo, con la fisionomia di Aidan», suggerì Celine.
«Bethia è mia figlia, non avrebbe mai instaurato una relazione segreta con un guerriero», sbottò
il Sovrintendente.
«E io non avevo intenzione di dire niente del genere. Si può amare qualcuno anche se non c’è
nulla di concreto con quell’altra persona, a volte basta uno sguardo. Magari non si sono nemmeno mai
parlati e non ce n’è mai stato il tempo, magari lui è morto in battaglia prima ancora che potesse nascere
qualcosa», tentò di farlo ragionare Celine.
«Ho i miei dubbi, Bethia ci diceva tutto, ce ne avrebbe parlato. In ogni caso cercherò di
considerare anche questa possibilità», rispose Stew.
«Domani vorremo iniziare e siamo piuttosto stanchi, sareste così cortese da farci accompagnare
da una servitrice negli alloggi a noi destinati?», domandò Tamnais.
«Ma certo, sarebbe stato il mio primo pensiero se non ci fosse stato questo scompiglio, vogliate
scusarmi», acconsentì l’uomo.
Furono accompagnati nella torre dove era stata già alloggiata tutta la squadra. Mavi li stava
aspettando ai piedi della scala a chiocciola che portava ai vari piani.
«Aidan non ha fatto niente!», esclamò, parandosi davanti a lei.
«Lo so, Mavi, non ne ho il minimo dubbio. Dobbiamo però assecondare per forza i desideri di
Stew. Se gli dessi contro apertamente e mi imponessi affinché tuo fratello non sia obbligato a passare
del tempo con Bethia, potrebbe sembrare che io voglia coprire qualcosa. Aidan non è certo colpevole e
sono sicura che il tempo chiarirà tutto», fu onesta Celine.
Mavi si limitò a un secco cenno d’assenso, poi li lasciò passare. Celine scoprì che la sua stanza
era all’ultimo piano della torre e la occupava quasi tutta, mentre quella di Tamnais era sotto la sua.
«Celine, so che adesso vorrai riposare e che ci rivedremo a cena, ma desidero scambiare due
parole con te», disse davanti alla porta del suo alloggio.
Celine acconsentì ed entrò con lui.
«Capisco che tu ti senta molto legata ad Aidan, ma avresti dovuto prenderne le parti più
pacatamente e tentare di mitigare la rabbia del Sovrintendente. Sei più abile di me e hai più esperienza,
ma quando si tratta di lui sei troppo coinvolta. Come mai ti fidi così ciecamente? So che ne abbiamo
già parlato, ma allora non sapevi nemmeno chi fossi e magari non mi hai detto tutto, te lo chiedo di
nuovo», volle sapere Tamnais.
Celine si sentì attraversare da un brivido. Avrebbe dovuto essere convincente, non voleva certo
Tamnais iniziasse ad avere strane idee su Aidan.
«Te l’ho già detto, come ben ricordi: Aidan mi ha trovato nel mondo degli umani, mi ha
spiegato tutto, ha vegliato su di me. È la persona che conosco più intimamente. Quando mi ha salvato
non sapevo di essere una dei Prescelti, la cosa per me è andata avanti più a lungo che per te, quindi lui
non ha mai tenuto con me un comportamento rigido o di rispetto per via della mia posizione. Si è
mostrato sempre per quello che era e quando si è davvero scoperto chi fossi, ormai lo conoscevo già
bene. Ecco perché mi fido così tanto, so davvero chi è e come la pensa, non si tratta di un rapporto
improntato sulla cortesia e il rispetto, non mi ha nascosto i suoi pensieri perché sono la sua Regina»,
tentò di essere il più esaustiva possibile.
«Questo posso capirlo, certo, adesso è più chiaro. Ti ringrazio per aver risposto», sembrò
soddisfatto Tamnais.
«Comunque tutto questo è assurdo. “Se mia figlia fosse stata innamorata di qualcuno me lo
avrebbe detto”, che stupidaggini!», scimmiottò Stew. «Quell’uomo è davvero convinto che una figlia
adulta vada a raccontare ai genitori i suoi batticuori?».
A Tamnais scappò una risata.
«Penso sia l’illusione di tutti i padri. Magari lo penserò anch'io di nostra figlia», aggiunse poi,
facendola rabbrividire.
«Forse», si costrinse a dire con il sorriso.
Dopo un rapido bacio si rifugiò nella sua stanza, Aveva bisogno di tempo per riposarsi e
soprattutto per pensare.
Venerdì 4 maggio
Celine si svegliò di buonora, ancora un po’ intontita dal cambio di fuso orario e dagli eventi che
si erano succeduti. La stanza le piaceva particolarmente, forse perché, anche se poteva governare tutti e
quattro gli elementi, quello della Terra era stato il suo primo potere.
Il letto a baldacchino era ornato da intrecci di foglie d’edera, coperte e tendaggi erano di
differenti tonalità di verde, come anche i rivestimenti di divani e poltrone adornati da cuscini in varie
sfumature di marrone. Il pavimento di un caldo color cioccolato s’intonava perfettamente all’ambiente;
l’odore presente nella stanza le rammentava quasi quello di una foresta. Si aspettava, poggiando i piedi
per terra, di sentire sotto i palmi aghi di pino scricchiolanti. Scalza si avvicinò alla finestra della
poggiolata che correva intorno alla torre, e uscì.
“Profumo d’autunno, d’aria pulita, di freddo e di natura”, pensò respirando a pieni polmoni e
facendo spaziare lo sguardo mentre girava intorno, tenendo una mano sulla balaustra.
La sera precedente non si era affacciata, il buio era sceso presto e sapeva che non sarebbe
riuscita a vedere nulla; quel mattino, invece, lo spettacolo era mozzafiato. Caisteal a Clach sorgeva su
un picco al centro esatto del Regno. Attorno al castello si era formato un anello grazie alle acque del
fiume che, a croce, attraversava tutto il territorio verso Nord, Sud, Ovest ed Est. La bruma, come
soffice bambagia, ostruiva all’occhio una vista completa in tutte le direzioni, ma conferiva all’ambiente
un tocco magico, evidenziava quel loro mondo sospeso, incantato, lontano dal resto. Il villaggio, ancora
addormentato, era chiaramente visibile: le sue vie erano lastricate da pietra grigia e le case avevano tetti
rossi, l’umidità della notte dava loro un aspetto quasi lucido. Boschi a non finire si estendevano sotto i
suoi occhi, colori incredibili e vivi davano alle piante una parvenza quasi incandescente. La vista di
Gàradh Deàlraich dall’alto era mozzafiato. Il Giardino Splendente era vicino al Castello e molto presto
lo avrebbero visitato, ne avevano già accennato a cena.
Rientrando nella stanza, si preparò alla giornata che la attendeva. La sera precedente era stata
piuttosto confusa, tra la stanchezza che l’aveva accompagnata, unitamente a un bel cerchio alla testa, e
la situazione relativa a Bethia e Aidan, non era quasi riuscita a mangiare. Bethia gli stava attaccata
come una cozza, non era gelosa, almeno non nella tipica accezione del termine. Sapeva bene che Aidan
non provava nessun interesse per la ragazza e lei le faceva un po’ pena, ma odiava il fatto che un’altra
potesse stargli attaccata al braccio, gli sussurrasse tutto il tempo qualcosa e ridesse scioccamente
guardandolo. Non favoriva la sua pace. Il fatto che fosse bellissima, e tolta la camicia da notte
spiegazzata, abbigliata davvero come una principessa, la faceva sentire persino insignificante.
Quasi a volersi fare del male da sola, pensò a quanto fossero belli Aidan e Bethia osservati da
vicino, così chiari ed eterei, sembravano due creature di un altro mondo. Con quei pensieri in testa
iniziò a mettersi la divisa strattonando gli abiti e le rimase in mano uno dei lacci degli stivali. Lo aveva
tirato talmente forte da strapparlo. Ne cercò uno di riserva e nel frattempo si disse che era giusto:
vedere Aidan con un’altra, dopotutto, era ciò a cui lo obbligava costantemente lei. Forse il destino, o gli
Spiriti, avevano deciso di non rendere facili le cose a entrambi da quel punto di vista. Celine si rincuorò
con il pensiero di una prova di forza, come se volessero verificare quanto avrebbero retto alla
sofferenza personale pur di servire la causa.
Quando un lieve bussare la riscosse, pensò che si trattasse di Tamnais, invece fu sorpresa
ritrovandosi davanti Buonia.
«Buongiorno», l’accolse.
Le mancava l’amica, sentiva un disperato bisogno di dirle tutto, di farsi confortare, di sentirsi
dire da lei che tutto si sarebbe risolto. Non poteva, però.
«Buongiorno, Celine, volevo parlarti un secondo», entrò Buonia.
«Dimmi pure», la esortò.
«Ecco… io… non vorrei sembrarti noiosa o pedante parlandoti sempre di lui, ma spero che tu
non ritenga Aidan colpevole. L’accusa che potrebbero rivolgergli è molto grave. So che per te lui non
significa più nulla, ma ti prego di ricordare che lui ti ama ancora e non avrebbe mai fatto niente del
genere», rivelò il motivo della sua visita.
Le fece piacere, così avrebbe avuto qualcuno con cui parlare dell’accaduto e inoltre, su quel
punto, poteva essere sincera anche con lei.
«Non stare in pena, non lo credo possibile nemmeno io. So del passato di Aidan, prima che mi
conoscesse, ma non sospetterei mai che possa essere capace di fare una cosa del genere, nemmeno se
Erskine stesso non avesse garantito», rispose onestamente.
«Mi togli un peso», abbozzò Buonia.
«Credevi davvero che avrei potuto lasciare che dicessero certe cose di lui disinteressandomene?
Conosco Aidan e non voglio che sia accusato di una cosa del genere, oltretutto è un membro della mia
Guardia. È disdicevole persino possano pensare che uno di noi abbia commesso qualcosa del genere»,
aggiunse per non dare troppa enfasi a ciò che sentiva per lui, mettendo in primo piano il fatto che
potessero parlare male di qualcuno che lei aveva scelto.
«Avevo temuto che potessero usare come scusa Kenner e Lioslaith», disse Buonia.
«Che cosa c’entrano loro?», domandò interdetta.
«Be', vivono qui alla Divisione. Avevo paura che qualcuno potesse tirare fuori il fatto che i suoi
genitori adottivi sono qui e magari lui avesse potuto fare del male alla figlia in occasione di una sua
visita presso di loro», la illuminò l’amica.
«Buonia, sei un genio!», esclamò Celine.
«Oddio, vuoi dire che ora anche tu pensi sia andata così?», chiese l’amica.
«No. Voglio dire che potremmo spiegare a Stew come mai Bethia è certa di aver già visto
Aidan. Magari è andata in visita proprio in quella Divisione e ha visto un suo ritratto tra gli effetti di
Kenner e Lioslaith. Dobbiamo sapere se sia stata da quelle parti nel periodo in cui sembrava rinsavita.
Questo, forse, potrebbe essere un modo per cancellare questi stupidi sospetti su di lui», spiegò Celine,
felice di poter essere ancora complice in qualcosa con la sua più cara amica.
«Vuoi che me ne occupi io? Potrei fare finta di niente chiacchierando con la servitù, tentare di
scoprirlo in qualche modo», si offrì immediatamente Buonia.
«Certo, te ne sarei davvero grata», accettò Celine sorridente.
Insieme si diressero a colazione e per la prima volta da settimane Celine si sentì contenta di
essersi alzata.
Capitolo 10 Il Giardino Splendente
Venerdì 4 maggio
Aidan si alzò di buonora, sperava che fossero tutti pronti per la missione e che Bethia dormisse
ancora. Era sconvolto dalla piega che avevano preso le cose, quando lei si era alzata in piedi e gli aveva
buttato le braccia al collo non aveva proferito parola per non ferirla, era certo che la ragazza stesse
vaneggiando a causa della malattia e che assecondarla fosse il modo migliore di comportarsi. Poi la
cosa aveva preso un aspetto completamente folle.
Era stato felice che Celine non considerasse nemmeno l’idea. Ricordava ancora quando quella
strega di Kaina le aveva mentito sulla torretta nel labirinto e temeva Celine potesse pensare che Bethia
fosse stata una delle sue innumerevoli conquiste passate. Quando il Sovrintendente, coadiuvato da
Tamnais, gli aveva imposto di trascorrere del tempo con la figlia, si sarebbe voluto opporre ma
vedendo Celine restare in silenzio aveva colto che sarebbe stato meglio non farlo: avrebbe dato adito a
troppi sospetti.
Il pomeriggio e la serata erano stati deliranti. Bethia gli era stata appiccicata tutto il tempo, gli
parlava ininterrottamente del suo amore per lui, sembrava quasi un’invasata. Aidan, con estrema
delicatezza, aveva provato a porle delle domande, ma non ne era uscito niente di buono. Bethia
sosteneva che avrebbe dovuto riguadagnarsi il suo amore, che era il prezzo affinché lui potesse tornare,
che aveva dovuto affrontare una prova molto difficile per potersi ricongiungere a lei, ma lui glielo
aveva già detto che, una volta che si fossero rivisti, non avrebbe ricordato il loro sentimento. Sembrava
così convinta che ci era mancato poco non si sentisse fuori di testa lui e pensasse davvero di averle
detto quelle cose.
Non sapeva come comportarsi, gli sembrava brutto assecondarla, anche se era chiaramente un
delirio. Da un lato era come prenderla in giro, illuderla che la ricambiava o che avrebbe riacquistato i
ricordi che lei tanto insisteva lui custodisse nel suo cuore. Riteneva molto probabile l’ipotesi di Celine:
Bethia doveva essere stata innamorata di qualcuno che era morto e aver deciso di lasciarsi morire a sua
volta. La Regina, quel mattino, gli aveva fatto recapitare un biglietto nel quale gli spiegava tutto e gli
chiedeva se Kenner e Lioslaith avessero qualche suo ritratto alla Divisione. Ipotizzava che Bethia,
quando si era lievemente ripresa, potesse averlo visto e, mentalmente instabile, avesse deciso che lui
incarnava il suo amore perduto.
Fortunatamente le sue suppliche furono ascoltate. A colazione, a parte i membri della squadra,
c’erano solo Stew e Garabi.
La madre di Bethia gli si avvicinò.
«Non so davvero cosa pensare, ma Bethia sembra rinata, quindi io sono felice. Non è bellissima
la mia bambina?», gli domandò con gli occhi che brillavano.
Aidan si domandò se in quella famiglia vi fosse il seme della follia nascosto e come era
possibile che non fosse mai saltato fuori. Sembrava quasi che la donna pensasse che lui avrebbe
realmente amato e sposato Bethia.
«Molto», rispose tuttavia rispettoso.
«Promettimi che non le farai alcun male, guerriero», aggiunse poi.
«Non è nelle mie intenzioni. Spero che presto guarisca anche nello spirito oltre che nel corpo, e
che possa comprendere che io non sono chi pensa. Il dolore a volte ci distrugge, io stesso sono stato
afflitto per un’eternità dai sensi di colpa per la dipartita dei miei genitori, quando sono morti ero solo
un bambino ma comprendo il dolore di vostra figlia», replicò, tanto per chiarire che non era innamorato
e non voleva darle della pazza.
«Certo, anche tu consideri possibile sia come dice la tua Regina, che Bethia abbia identificato in
te qualcuno che è deceduto. Tuttavia a me ha sempre confidato tutto...», obiettò la donna.
«Non lo metto in dubbio, ma è anche vero che, supponendo fossi stato io a incontrarmi con lei e
ad aver commesso chissà quale maleficio, non vi ha parlato nemmeno di questo», le fece notare, forse
troppo pungente.
Garabi indietreggiò con espressione addolorata, quasi l’avesse schiaffeggiata.
«Scusatemi, non volevo essere maleducato ma, credetemi, io non ho fatto niente di male e
sentirmi accusato non mi mette di buon umore», chiarì.
«Questo posso capirlo. Per una madre è difficile accettare che parte di sua figlia non ci sia più.
Quando parla con me è normale, proprio come prima. Tiene testa a suo padre che vuole sempre trattarla
come un fiore delicato, come ha sempre fatto. Insomma mi sembra impossibile che mia figlia non
distingua la realtà dalle sue fantasie», spiegò Garabi affranta.
«Non pensateci, magari presto starà meglio. Sta ancora risposando?», domandò poi, tanto per
essere certo di poterla evitare almeno per quel mattino.
«Sì, non si alzava dal letto da molto tempo e immagino che tutte le emozioni di ieri l’abbiamo
distrutta», rispose Garabi.
«Probabilmente. Quando si sveglierà, sarò fuori in missione, portatele i miei omaggi se pensate
possa servire ad allietarla», si accomiatò Aidan.
La sera precedente avevano deciso che avrebbero visitato il Giardino poiché era in una zona
protetta e si trovava nei pressi del castello. Celine aveva anche chiesto di incontrarsi con la
popolazione, visto il malumore serpeggiante, ma Stew si era opposto dicendo che prima desiderava
potesse farsi vedere anche Bethia per testimoniarne l’avvenuta ripresa. Celine, a malincuore, aveva
acconsentito, ma a patto che il Sovrintendente mandasse immediatamente qualcuno alla Divisione
Ovest a portare del denaro per aiutare le famiglie messe in difficoltà dall’invasione del nemico. Stew
aveva accettato subito, scusandosi a profusione per la trascuratezza in cui aveva abbandonato i propri
domini.
Quando uscirono per recarsi al giardino, nessuno si unì al gruppo: la zona era sicura, inoltre
Stew e Garabi volevano restare al Castello, terrorizzati che quel mattino Bethia potesse trovarsi
nuovamente nello stato di apatia in cui era stata fino al loro arrivo. Percorsero il ponte che andava verso
Sud per oltrepassare l’anello del fiume, puntarono a Est in direzione della loro meta. Il bosco era
silenzioso, il muschio attutiva lo scalpitare degli zoccoli dei cavalli e tutto intorno cadevano una
pioggia di foglie colorate, sembravano infinite. Ad Aidan quel paesaggio ricordò il giardino d’autunno
ai piedi della torre del Fuoco a Gallaibh. Non ne rammentava le origini, era piuttosto carente in materie
di studio che non riguardassero come uccidere i nemici o storia antica, ma se avesse dovuto
scommettere avrebbe detto che l’illusionista che se n’era curato aveva sicuramente soggiornato per un
breve periodo nel Regno della Terra proprio in quella stagione.
Gli alberi s’interruppero all’improvviso aprendosi su un’enorme radura. Gàradh Deàlraich era
davvero splendente. In quel giardino sembrava che la primavera trionfasse ancora, era come avvolto da
un alone di luce e gli ricordò il potere luminoso di Celine, quando aveva rinvigorito il chiostro dei suoi
genitori adottivi a Venezia. Sapeva che, in quel caso, nessuno vi aveva messo le mani, era tutta opera
della natura stessa, proprio come aveva sapientemente spiegato Morwenna alla riunione. Si pensava
che si trattasse del punto in cui il potere di Talamh fosse più potente nell’intero universo. Morwenna
aveva narrato che prima ancora del castello era nato il Regno. C’era addirittura una leggenda che
parlava di come Talamh, consapevole che sarebbe presto stata imprigionata, dopo lo scacco matto a
Fàs, fosse andata a sdraiarsi su quel prato e che la terra stessa l’avesse riassorbita in una bolla di luce.
Dopo la sua scomparsa quella luce si era espansa intorno e aveva dato origine al giardino.
Solo i meandri boscosi dei terreni della Villa gli avevano dato una sensazione bella e potente
quasi quanto Gallaibh, fino a quel momento, ma quella porzione del Regno era davvero abbagliante.
Un arcobaleno di colori sembrava essere appena esploso innanzi ai suoi occhi: gradazioni di ogni
sfumatura prendevano vita in una straordinaria distesa fiorita, ogni angolo, come fosse stato gestito da
una mente che pensava da sola, aveva una sua specifica composizione. Quello delle rose era
sbalorditivo, con rampicanti che sembravano accarezzarsi delicatamente gli uni con gli altri formando
corridoi segreti su un pergolato. Da un altro lato, una porzione di fiume lo attraversava dando vita a
uno splendido laghetto sul quale fluttuavano leggiadre ninfee. Ovunque c’erano composizioni diverse,
ma sempre in armonia con le altre. Fiori di ogni tipo e tonalità spandevano un profumo ipnotico.
Gli sarebbe piaciuto poter visitare quel luogo mano nella mano con Celine, assaporare con lei
quelle sensazioni, osservare lo stupore sul suo volto. Contrariamente ai suoi desideri, però, si era tenuto
in fondo alla fila e piuttosto in disparte, un po’ per evitare di essere sorpreso a fissarla, un po’ per non
doverla vedere: non riusciva ad abituarsi a guardarla con Tamnais, ogni volta era una pugnalata.
Avanzarono fino al centro, dove sorgeva l’unica creazione dell’uomo in quel luogo perfetto.
Una statua. Lo Spirito della Terra era rappresentato da una bellissima donna dal fisico ben tornito, con i
capelli lunghi fino ai fianchi. Appariva in procinto di scattare per saltare giù dal piedistallo da un
momento all’altro ed era scolpita in malachite: un rincorrersi di tonalità, dal verde acqua al verde
foresta, facevano sembrare la statua come dotata di vita propria. Era pressoché identica a quella che si
trovava a Gallaibh nel centro d’addestramento per giovani laoich.
«Penso che questo sia il luogo ideale per tentare un contatto», propose Tamnais.
«Sono d’accordo», rispose Celine.
Poi vide un gesto che gli fece più male di qualsiasi bacio spiato, di qualunque abbraccio che gli
aveva corroso il cuore, di ogni sguardo che lo aveva lacerato. Tamnais porse la mano a Celine, in quel
gesto così semplice, che per loro era sempre stato così significativo e intimo. Lui le aveva dato energia
con quel gesto, l’aveva salvata, l’aveva amata anche con quel potere. Si costrinse a osservare, doveva
vederlo con i suoi occhi, doveva subire anche quel dolore: osservare Tamnais prendere il suo posto
anche in quello e accettare che lui si sarebbe potuto connettere agli Spiriti con lei.
Celine tese la mano a sua volta ed entrarono in contatto, lui strinse i pugni fino a farsi male da
solo per non urlare. Una luce lieve sembrò circondare le loro mani congiunte e Aidan sentì il suo cuore
spezzarsi. Osservò Celine, sembrava stesse per cadere a terra, si disse che non era possibile, eppure,
incapace di trattenersi e stare al suo posto, in un millesimo di secondo si materializzò accanto a lei
facendo appena in tempo ad afferrarla prima che crollasse a terra svenuta. Tutto attorno a loro si alzò
un coro di esclamazioni soffocate, ma lui non le sentì nemmeno. Non aveva più visto Celine svenire
usando il potere per così poco tempo, soprattutto non era mai più stata così pallida; l’ultima volta che
l’aveva vista in quelle condizioni era stato nel Regno di Adhar, quando sembrava stesse per lasciarli.
Solo quando si sentì chiamare per nome da Tamnais realizzò cos’aveva fatto e di averla ancora
tra le braccia. Sollevò lo sguardo, Tamnais stava sorridendo ma il calore del suo sorriso non arrivava
agli occhi e fu certo di aver esagerato.
«Ora capisco perché si fida così tanto di te, non ho nemmeno avuto il tempo di sorreggerla e già
l’avevi presa», disse affiancandosi.
Fu costretto a farsi da parte e a lasciargli Celine.
«Mi sono reso conto che stava per cadere a terra, ho pensato che voi foste già altrove e non
poteste accorgervene», rispose in un tentativo di giustificare la sua reazione.
«Non era certo un rimprovero, io ti sono grato. Potrò essere sempre sereno per lei, anche
quando non sarò presente, sapendo che ci sarai tu», gli rispose gentilmente.
Aidan suppose di essersi immaginato quanto gli era sembrato prima.
«Cerca comunque di non preoccuparti troppo, lei non è più sola, ora ci sono io a vegliarla. Visto
che siamo al sicuro, se vuoi tornare al castello e vedere se Bethia si è svegliata vai pure. Trascorrere del
tempo con lei deve essere in cima alle tue priorità, qui i nemici non possono sopraggiungere, un
guerriero in meno non farà differenza, sei libero di andare», aggiunse poi Tamnais.
«Grazie», rispose, poiché non avrebbe potuto dire altro.
Senza nemmeno sollevare lo sguardo sui presenti si allontanò in tutta fretta. Sperò solo che
Bethia riposasse ancora: preferiva ciondolare al castello senza niente da fare piuttosto che dover
sopportare le sue farneticazioni. Sentirsi dire quelle cose strampalate su se stesso lo faceva andare fuori
di testa.
Mavi osservò il fratello allontanarsi con la coda dell’occhio. Era preoccupata per lui e per tutto
quello che stava accadendo, tuttavia fu costretta a restare con la mente ancorata alla realtà.
Tamnais aveva richiamato Buonia e Bhirginia affinché si prendessero cura di Celine, poi aveva
tentato il contatto con gli Spiriti da solo. Così, mentre le due guaritrici si affaccendavano attorno alla
Regina stesa sul prato, lui era in meditazione e tutti quanti attendevano che tornasse alla realtà e dicesse
loro qualcosa.
Dopo un tempo che le parve infinito, lo vide voltarsi verso di loro.
«Che cos’hanno detto? Gli avete chiesto del vostro potere e del malessere di Celine?», domandò
immediatamente Erskine.
«È la prima cosa che ho fatto», replicò Tamnais.
Prima di dire altro si avvicinò a Celine e chiese a Buonia come stesse. Lei gli spiegò che
sembrava in via di ripresa, il pallore era quasi scomparso del tutto e le pulsazioni erano aumentate, ma
soggiunse che aveva bisogno di riposo. Tamnais annuì, poi si rivolse nuovamente a loro.
«Credo sia proprio come mi ha appena detto Talamh. Celine ha abusato troppo del suo potere
quando era da sola, adesso non è più in grado di dominarlo ed esso scorre a briglia sciolta
prosciugandola in pochi secondi. Lo Spirito mi ha anche assicurato che con la mia vicinanza presto il
problema sparirà e che non c’è da preoccuparsi. Per quanto concerne il mio potere hanno chiarito che
devo scoprirlo da solo, proprio com’è stato per lei e che non possono dirmi altro», li degnò finalmente
di qualche informazione.
Era più forte di lei, lo detestava. Gli sembrava uno sciocco ragazzino saccente che già fingeva
di saperne più di loro. Anche Celine era giunta dall'esterno, eppure il suo approccio alle cose era stato
più graduale e significativo. Si diede della sciocca e prevenuta. Era conscia di avercela con lui solo per
via di Aidan, sapeva che lui aveva avuto dei genitori che gli avevano spiegato quanto più possibile
prima di essere uccisi.
«Avete scoperto qualcosa per quanto concerne il luogo di forgiatura della Falce?», lo incalzò
Erskine.
«Talamh mi ha detto che questo giardino è antico quanto il Regno e che non è ancora disposto
a rivelarci tutti i suoi segreti, prima di carpirli dovremo entrare in armonia con il luogo. Solo così
potremo percepire la vera essenza del tappeto di terra dove lei è scomparsa. Ha poi aggiunto che questo
è il luogo in cui ha deciso di dare l’estremo saluto al mondo, ma non è detto sia anche quello dove ha
forgiato l’Arma Sacra», rispose Tamnais. «Mi ha confuso più che aiutato», aggiunse poi.
«È normale, ed era la vostra prima volta. Anche Celine ha sempre riferito che gli Spiriti hanno
un modo tutto loro di farci comprendere le cose e che non ci pongono mai niente su un piatto
d’argento», lo rassicurò Erskine.
«Credo che per oggi possiamo tornare al Castello, prima di visitare altri luoghi desidero studiare
delle mappe e voglio che Celine si sia ripresa del tutto. Domani potremo proseguire», disse Tamnais.
«Come desiderate», rispose Erskine.
«Celine ancora non ha ripreso i sensi, non sospettando un attacco non avevamo dietro barelle di
fortuna né niente di simile, forse sarebbe il caso che qualcuno di voi facesse avanti e indietro dal
Castello a prenderne una», s’inserì Buonia rivolta a Erskine.
«Non sarà necessario», si fece avanti Brian.
Facendo uso dei suoi poteri, giocando con sterpi e legna, improvvisò una barella di fortuna
generata proprio dal dono di Talamh.
«Mi vergogno di non averci pensato, complimenti», si congratulò Tamnais.
«Abitudine a improvvisare in battaglia», si strinse nelle spalle Brian.
In breve si misero in marcia verso il castello.
Nella sua stanza, finalmente lontano da orecchie indiscrete, si sfogò con Brian.
«Ho provato a cercare Aidan, ma mi hanno detto che era con la principessa: tutto questo è
allucinante!», esclamò fuori di sé.
«Hai ragione, è allucinante, ma tuo fratello ti ha spiegato come stanno le cose, e anche Celine ti
ha detto che non crede sia vero. Ci vorrà tempo. Magari presto quella ragazza smetterà di farneticare»,
tentò di placarla Brian.
«Già, magari Tamnais farà uccidere Aidan per tradimento e Bethia non sarà più un problema»,
sbottò.
«Come mia sei così melodrammatica?», chiese Brian.
«Come fai a farmi una domanda del genere? A volte il tuo cervello funziona in maniera così
elementare, Brian. Ti sei reso conto di cos’ha fatto oggi mio fratello in quello stramaledetto giardino?»,
esplose.
«Mavi, stai attenta a come parli, hai appena definito maledetto il luogo in cui Talamh ha scelto
di farsi riassorbire dal mondo. A me non è sembrato che Tamnais abbia attribuito così tanta importanza
a quel gesto, tutt’al più mi è apparso grato che Celine non sia caduta a terra, non certo arrabbiato»,
rispose Brian.
«Sì, grato per qualcosa che nemmeno lui si era accorto stesse accadendo? Aidan si è
materializzato da lei, lo abbiamo visto tutti. Ho avuto la cognizione che stesse per cadere a terra quando
lui già la stringeva tra le braccia. Se non starà attento, Tamnais capirà qualcosa e sarà la fine», si
disperò.
Brian la abbracciò, posandole un bacio sulla nuca.
«Prova a stare calma, non succederà, non pensarci nemmeno. Cerca anche di vedere Bethia
come qualcosa di positivo. Perdona la franchezza, lo sai che amo solo te. Bethia è incantevole e non si
sa mai, magari è il destino, forse è la volta buona anche per tuo fratello. Potrebbe benissimo
innamorarsi di lei e dimenticare Celine, sarebbe finalmente felice», tentò di farle vedere il lato positivo
delle cose Brian.
Mavi prese sinceramente in esame l’idea. Era vero: Bethia era stupenda. Forse Aidan con lei
avrebbe potuto trovare la felicità, magari anche a dispetto di quella situazione assurda. Si guardò
riflessa nella finestra e si disse che nemmeno lei ci credeva, era certa sin nel profondo che niente
avrebbe mai potuto cancellare ciò che Aidan sentiva per Celine.
A Kenina non piaceva molto la piega che stavano prendendo le cose: erano rimasti tutto il
giorno senza nulla da fare. Tamnais era molto diverso da Celine, si consultava tutt’al più con Erskine
ed Ermer, loro erano tagliati fuori e gli venivano comunicate le decisioni a cose fatte. Come per la
missione di protezione durante il viaggio, anche quella volta non avevano idea di cosa avrebbe deciso
di fare mentre consultava mappe insieme a Stew. Preferiva di gran lunga il modo di fare di Celine, ma
quel giorno la Regina era stata male e Tamnais, dopo aver conferito con gli Spiriti e aver appurato la
causa del suo malessere, anche quando si era risvegliata aveva preferito che rimanesse a letto.
Dopo cena aveva chiesto a Murch di fare un giro nei giardini del Castello e lui aveva
acconsentito.
«Sei preoccupata», le chiese nel buio, mentre seduta su una panchina gli teneva la testa poggiata
su una spalla.
«No», replicò lei.
«Eppure sei così silenziosa, non è da te», insisté lui.
«È che non mi piace essere tenuta all’oscuro delle cose. Celine ci ha sempre coinvolto,
chiedendo il nostro parere e collaborazione. Tamnais, invece, sembra voler decidere da solo ogni cosa,
non capisco nemmeno come facciano a coesistere», spiegò.
«Celine ha un altro carattere, lui forse prende il suo impegno differentemente. Conoscendola,
anche io mi sono chiesto come faccia a sopportare qualcuno al suo fianco al comando, ma quando lei è
presente mi sembra che Tamnais appoggi la sua linea. Penso sia questo il motivo per cui vanno
d’accordo. Forse senza di lei non sa bene come agire e preferisce chiedere a Erskine», osservò Murch.
«Forse. Mi ha turbato vederla stare così male oggi. Da noi ha fatto cose strabilianti e stava
benissimo, quando ha imprigionato il fiume con tutta quella luce… Mi sembra di averla ancora davanti
agli occhi», palesò le sue perplessità Kenina.
«Hai sentito che cos’ha detto Tamnais, ha abusato troppo del potere. Con lui accanto le cose
andranno a posto, non stare in pena per lei», minimizzò Murch.
Stava per ribattere che rammentava bene del potere che le avevano mostrato lei e Aidan nella
grotta, ma udì un rumore di passi e, quando si avvicinarono, le salì in gola la bile. Adraste. Ogni
pensiero su Celine fu cancellato all’istante. Figurarsi se quella gatta morta poteva andarsene a dormire,
lasciandoli in pace. Sapeva di essere ingiusta, che anche lei desiderava la compagnia di Murch, ma la
detestava.
«Vi disturbo?», chiese, accomodandosi sulla panchina dall’altro lato di Murch.
«Stavamo solo parlando di come è stata oggi Celine», rispose lei, scoccandole un’occhiataccia
che diceva ben altro.
«Allora resterò un po’ qui con voi, a meno che non desideriate che me ne vada e vogliate stare
soli», disse Adraste.
Certo che se ne doveva andare e lasciarli in pace, ma non sarebbe stata lei a dirglielo, non
poteva. Rimase in silenzio. Sperò con tutto il cuore che Murch dicesse qualcosa, che la invitasse a
cercarlo quando era da solo, ma nemmeno lui proferì parola. Iniziarono a discutere di amenità
generiche sul posto: il mangiare e le stanze. Dopo dieci minuti, nei quali si morse la lingua per non
risponderle, si alzò in piedi.
«Inizio ad accusare la stanchezza, non mi sono ancora ripresa dal fuso orario. Buonanotte»,
disse, infilando rapida il sentiero per andarsene.
Se fosse rimasta le avrebbe staccato la testa dal collo. Non c’era cosa più insopportabile dei
discorsi vuoti per lei, tipo quelli che facevano le sue compagne di studi, quando spendevano intere
giornate a descrivere un abito o gli addobbi per una festa. Tempo perso. Lei era per le cose concrete e
stare a sentire come Adraste avrebbe potuto migliorare questo vestito o quel copriletto con le sue
incredibili doti di tessitrice non era tra la sue priorità. Che annoiasse pure Murch con quei discorsi
ridicoli.
Sperava quasi che gli venisse un mal di testa terribile e si svegliasse il giorno dopo
maledicendola mentalmente per tutto quel bla bla bla inutile. Non poteva impedirgli di stare con lei,
ma le era concesso sperare che lui realizzasse quanto la tessitrice fosse petulante. Kenina davvero non
riusciva a capire come potesse essere indeciso e interessato a entrambe: erano diverse come il giorno e
la notte, sia per aspetto sia per carattere.
Le balenò in testa un pensiero e si diede della superba tentando di scacciarlo, eppure…
“Possibile che Murch non fosse innamorato di Adraste, ma dell’idea che si era fatto di lei?”.
Non riusciva a farsi una ragione di niente e così prese una decisione scorretta. Tornando sui
suoi passi e cercando di essere il più silenziosa possibile, si accinse a spiarli.
Murch era ben consapevole di quanto irreale fosse la piega che avevano preso le cose. Stava
parlando con Kenina, poi era arrivata Adraste e si era unita a loro. Avrebbe dovuto dirle che sarebbero
potuti stare insieme il giorno seguente, ma si era sentito in colpa al pensiero di scacciarla. Kenina non
si era mai messa nella situazione di terzo incomodo tra loro, ma era una ragazza sicura, mentre forse
Adraste agiva così per insicurezza. Quando Kenina si era alzata andandosene, avrebbe voluto chiederle
scusa, dirle che sarebbe andato a dormire anche lui, ma la curiosità di scoprire cosa volesse Adraste lo
aveva bloccato. Era sicuro che se si era presa la briga di cercarlo, oltre che per insicurezza, fosse anche
perché desiderava parlargli e non certo di pizzi e merletti.
Appena Kenina fu fuori vista, infatti, lei gli posò una mano sul volto obbligandolo a voltarsi e a
guardarla negli occhi.
«Non capisco. Ho riletto tutte le tue lettere, ho sempre pensato tu fossi sincero, non sai quanto
mi sia consumata gli occhi a forza di piangere per avere il coraggio di rifiutarti, per prepararmi a essere
degna di te. Ti ho mentito solo perché, se la rigenerazione mi avesse ucciso, desideravo che tu non ti
sentissi in colpa. Ora sono qui, posso stare con te per sempre, ti voglio, e tu mi tieni sulla corda», chiarì
lei.
«Adraste, sono consapevole che tu abbia agito in questo modo con le intenzioni più pure, non
ho mai pensato che tu mi abbia respinto per altri motivi, ma lo hai fatto. Quando ho conosciuto Kenina
io non avevo nessun obbligo verso di te, non mi sono posto freni. Ciò che sento per lei è autentico, non
lo sto facendo per vendicarmi del tuo iniziale rifiuto né ti sto tenendo sulla corda di proposito. È
successo, mi dispiace, credimi, ma non posso farci niente. So che devo decidere, che non posso andare
avanti così ancora a lungo, ma più ci penso e più mi sembra di non vedere una via d’uscita», rispose
sinceramente.
Adraste si sporse verso di lui e incollò le labbra alle sue. Il senso di colpa lo attraversò come
una fiocinata, tuttavia non si tirò indietro, si lasciò trasportare da quelle sensazioni, forse ciò che gli
avrebbe detto l’istinto sarebbe stato più chiaro delle risposte che cercava tra i pensieri. Mentre la
stringeva a sua volta, si rese conto che lei gli stava iniziando a sbottonare la divisa.
«Che cosa stai facendo?», domandò, interrompendo il bacio.
«Ti spoglio», replicò Adraste sfacciatamente.
Non avrebbe mai creduto che potesse dirgli una cosa del genere. Kenina sì, lei no. Lo attraversò
nuovamente quella sensazione fastidiosa, quell’idea negativa che aveva già avuto a casa sua: gli
sembrava che Adraste si stesse sforzando di imitare i comportamenti dell’altra.
«Siamo in giardino e potrebbe arrivare chiunque», rispose per fermarla. Qualsiasi
coinvolgimento emotivo che avesse precedentemente provato si era raggelato.
«È tutto silenzioso: se ci fosse qualcuno, ce ne accorgeremo. Se è il sesso quello che ti serve per
decidere, sono pronta; se è quello che condividi con lei e con me ti manca, non è un problema», lo
scioccò Adraste.
La fissò senza parole.
«So bene che quella lì viene a letto con te, me lo ha lasciato intuire e vi ho osservati. È una poco
di buono, come tutte le ragazze ricche e importanti pensa che il suo rango basti a compensare qualsiasi
cosa la riguardi. Scommetto che neppure era vergine quando è venuta a letto con te la prima volta,
saprà bene cosa fare per…».
«Adraste, ma di che cosa stai parlando?», la interruppe, iniziando ad arrabbiarsi. «Pensi che io
sia in dubbio tra te e lei solo perché siamo andati a letto insieme? Credi mi tenga Kenina per scaldarmi
il letto e te per il tuo bel viso? Pensi questo di me? Come ti permetti di fare supposizioni su certe cose
che la riguardano? Nemmeno la conosci».
«Non era riferito a te e non volevo dire una cosa del genere. Certe donne, come era anche
Kaina, sanno bene come sollecitare l’interesse di un uomo. Non mi serve conoscerla per saperlo. Si
vede da come si muove, da come ti tocca, che è come lei. Non mi importa, Murch. Puoi avere lo stesso
da me, forse sarebbe anche più bello visto che io non sono una che va con tutti».
Non sarebbe stato a sentire un minuto di più o avrebbe detto qualcosa che non pensava,
qualcosa di offensivo che poi si sarebbe dovuto rimangiare.
«Non starò ad ascoltare un’altra parola, Adraste. Ripensa alle cattiverie che hai detto, non è da
te, non sei questo, non è questa la donna di cui ero perdutamente innamorato. Farò finta che tu ti sia
scusata e che abbia riconosciuto che è la gelosia a farti parlare. Adesso perdonami, vado a letto anch'io.
Ancora non sappiamo cosa Tamnais abbia deciso per domani e non voglio essere stravolto.
Buonanotte», tentò di farla ragionare, sperando di esserci riuscito.
Deciso a non guardarsi indietro, prese rapido il sentiero che conduceva al Castello. Non
comprendeva quel modo di fare di Adraste, non l’aveva mai sentite spargere veleno su qualcuno,
neppure su Kaina. Al matrimonio di Buonia non aveva detto una parola sul comportamento della
guaritrice, non faceva mai osservazioni malevole su nessuno. Su Kenina, invece, rovesciava le peggio
cose e i più grotteschi luoghi comuni. L’unica giustificazione che ne dava era la gelosia. Lasciava
correre perché si sentiva in colpa per la situazione in cui le teneva entrambe.
Sapeva che Kenina si era arrabbiata e che non gli avrebbe detto niente. Avrebbe voluto andare
da lei e scusarsi, ma la serata aveva già preso una piega sin troppo fastidiosa, non era il caso di tentare
di prolungarla.
Buonia attese che Tamnais uscisse prima di tornare da Celine.
«Come ti senti?», le domandò come prima cosa.
«Adesso bene, un po’ svuotata forse. Sai come sono fatta, avrei mandato tutti al diavolo e mi
sarei alzata già di primo pomeriggio, ma la strana sensazione che avevo mi ha spinto a restare calma.
Era una vita che non succedeva, non in modo così forte», rispose Celine, sembrava preoccupata.
«Be', prima ti aiutava Aidan», si arrischiò a dire.
Lo sguardo di Celine le sembrò accendersi di pensieri, come quando in passato condivideva con
lei le sue intuizioni, tuttavia non le disse nulla in merito.
«Con Tamnais dovrebbe funzionare ancora meglio», rispose invece, ovviamente.
«Penso ti abbia detto cosa gli hanno riferito gli Spiriti», osservò Buonia.
«Sì, che ho troppo abusato del potere da sola. Ma sappiamo tutti che è una bugia, Buonia. Gli
Spiriti, grazie al cielo, non hanno ritenuto opportuno informarlo di cosa io abbia fatto, o forse è la mia
punizione per come mi sono comportata in passato. Ho usato troppa leggerezza nel mio modo di agire e
loro, adesso, vogliono tenermi sulla corda», rispose Celine.
Buonia sentiva che c’era qualcosa che non le tornava, era come se l’amica volesse dirle
qualcosa e al contempo tenerglielo nascosto, tuttavia decise di non insistere. Il tipo di complicità che
avevano condiviso a riguardo di Aidan e Bethia l’aveva fatta sentire di nuovo partecipe della sua vita
come un tempo, non voleva guastare quell’armonia.
«Sono venuta a riferirti quanto ho scoperto su Bethia», cambiò argomento.
«Finalmente, dimmi che sono buone notizie!», esclamò Celine.
Le fece piacere fosse sinceramente preoccupata per Aidan in merito a quella situazione, subito
dopo l’arrivo di Tamnais le era quasi sembrata senza cuore.
«È andata come sospettavamo. Poco prima della ripresa Bethia era stata portata in giro per il
Regno e le divisioni, allora era apatica come l’abbiamo trovata, ma taluni giorni si alzava. Pare che i
genitori avessero pensato che farle vedere i domini la risollevasse in qualche modo, quindi è molto
probabile abbia visto qualche ritratto di Aidan e trasferito su di lui le sue emozioni relative a qualcun
altro. Magari per un po’ si è consolata e poi ha subito un nuovo tracollo», ipotizzò Buonia.
«Andiamo subito a dirlo a Stew, non intendo tollerare un minuto di più che si sospetti Aidan
capace di un’atrocità del genere né che lui sia obbligato a fare da badante a loro figlia. A breve
inizieremo a girare in zone prive di protezione, non voglio privarmi del migliore dei miei guerrieri», si
alzò in piedi Celine.
Buonia fu delusa l’amica ponesse sempre l’accento sull’utilità di Aidan in battaglia o sul fatto
che potessero parlare male di uno della sua Guardia, ma non poteva avercela con lei per quel motivo,
dopotutto per lei ormai era solo quello.
Si diressero verso la torre dove alloggiavano i Sovrintendenti, una servitrice disse loro che Stew
era nello studio e le accompagnò. Quando si fu informato sulla salute di Celine, chiese loro il motivo
della visita. Buonia la lasciò parlare, l’amica era sicuramente più brava di lei a occuparsi di questione
diplomatiche.
Quando terminò il suo racconto, sul viso di Stew, passò un’ombra addolorata.
«Inizio ad accettare anch'io questa teoria. Nonostante le vostre rassicurazioni, ho svolto i miei
controlli su quel ragazzo, ho anche saputo che è parente di uno dei quattro membri del Consiglio. Ho
fatto domande a molte persone e ricevuto solo elogi e conferme di quanto sia ligio al dovere. Mi sono
arreso all’idea che Bethia sia afflitta da qualche problema nello spirito e non nel corpo», rispose
l'uomo.
«Spero siate ormai convinto della buona fede di Aidan e che lo lasciate libero di muoversi nel
Regno per svolgere i suoi compiti», lo incalzò Celine.
«Ho da chiedervi un favore, non ve lo chiedo come Sovrintendente, so di aver disatteso le
vostre aspettative di regnanti in questo ultimo periodo, ve lo domando come padre. Erano mesi che non
vedevo mia figlia vestirsi, pettinarsi, sorridere, mangiare da sola...» iniziò composto, per poi buttarsi ai
piedi di Celine, «vi scongiuro, fintanto che starete qui, permettete che stia con lei. Forse capirà che non
è chi crede, forse finalmente se ne farà una ragione guarirà del tutto. So che potrebbe anche non
accadere niente di tutto questo, ma almeno lasciatemi godere della ripresa di mia figlia fin quando
starete qui. Vi supplico», si disperò.
Celine era terrea in volto, si vedeva quanto fosse dispiaciuta per lui, tuttavia non accettò subito.
«Al momento della partenza mi chiederete di privarmi di Aidan e lasciarlo qui?», domandò
diretta.
«Certo che no, so benissimo di non poter obbligare quel ragazzo a un vita che non desidera e a
perdere i poteri restando in questa terra lontana dal suo elemento, ma se lui si innamorasse davvero di
lei? Se decidesse di restare con Bethia? Voi lo permettereste, no?», rispose con un’altra domanda il
Sovrintendente.
Studiò l’espressione della sua amica, convinta finalmente di trovare una scintilla sul suo viso,
qualcosa che le dicesse davvero cosa sentiva. Nonostante tutto non poteva ancora credere che non le
importasse più di Aidan.
«Certo, ma solo se lui lo volesse. Non imporrò mai a nessuno il mio volere in questo senso»,
accettò, lasciandola di stucco.
Dopo poco presero congedo.
«Mi ha fatto molta pena il Sovrintendente, ma trovo assurdo ritenga possibile che Aidan possa
voler restare qui. Tuttavia sei stata troppo buona, come sempre», disse quando furono sole.
«Perché assurdo? Bethia è bellissima, Aidan potrebbe davvero innamorarsi di lei. Potrebbe
essere felice, non trovi? Sarebbe quasi da sperare», la gelò la sua amica.
«Hai ragione», non poté fare a meno di rispondere.
«Grazie infinite per il tuo aiuto, Buonia, sono felice di essere riuscita a cancellare questa
macchia da uno dei membri della spedizione», la salutò poi Celine.
Buonia rimase di stucco, continuava a ripetersi che non era possibile, eppure Celine si era
appena detta felice di considerare l’idea Aidan potesse innamorarsi di un’altra. Quel poco di complicità
che avevano condiviso di nuovo era già evaporato.
...
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...
FINE Parte 1.